Tiziano Storai.
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Lettere dalla Germania.
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2018 END EDIZIONI, Gignod (Aosta).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il libro ripercorre la vicenda umana di Cordelio Storai, maresciallo dei Reali Carabinieri, fatto prigioniero in Jugoslavia e internato in Germania, e di sua moglie Rita durante la drammatica quotidianit della Seconda Guerra Mondiale, in uno dei tanti paesi toscani investiti e devastati dal conflitto, Monsummano, in provincia di Pistoia.
La memoria di quel tragico periodo viene meticolosamente ricostruita dallautore attraverso documenti, racconti, testimonianze e  soprattutto  attraverso lattenta e commossa lettura della corrispondenza che i due si scambiarono tra la fine del 1943 e lestate 1945. La prosa colta e scorrevole dellautore accompagna il lettore nella ricostruzione di quegli anni procedendo sulla giusta distanza fra loggettivit degli eventi storici narrati, la loro greve incombenza sui destini dei protagonisti, e la vicinanza affettuosa nei confronti dei fatti pi piccoli, quotidiani e intimi in una drammatica oscillazione fra le sorti degli umili protagonisti e del mondo intero.
Le lettere e le cartoline, come si vede nella ricca appendice iconografica, erano prestampate in moduli che costringevano le parole nellangustia di un numero predefinito di righe, contornate da timbri e simboli mortiferi e dalle parole della burocrazia tedesca, espressione cupa del potere che tutto pu e tutto vede. I fogli viaggiavano fra il campo di internamento e un paesino dellItalia occupata e faticosamente liberata, fragili fogli di carta a cui aggrapparsi, per resistere, per continuare a vivere, nella speranza di un futuro diverso.
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L'AUTORE.
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Tiziano Storai. Nato a Figline Valdarno nel 1963 e residente nel pistoiese,  un consulente, ricercatore, operatore sociale e scrittore. Ha pubblicato finora: Oltre il canestro (2002), La valle delle nebbie (2011), con Fernanda Flamigni Non volevo vedere (2013), con Sergio Prelato e Marco Pronello Linquisizione. Pre-giudizio universale a Ciecagna (2016). La sua opera narrativa ha ricevuto vari premi e riconoscimenti letterari. 
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Indice.
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Premessa dell'autore.
1. Prima.
2. Jugoslavia.
3. Armistizio.
4. Andata
5. Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld I.
6. Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld II.
7. Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld III.
8. Sangue.
9. . Gemaisschaftslager "Indra" Duisburg Hochfeld
10. 414 DP Assembly Centre Haldern
11. Ritorno.
12. Fine...
Ringraziamenti.
Bibliografia. 
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Fine indice.
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E come potevamo noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sullerba dura di ghiaccio, al lamento
dagnello dei fanciulli, allurlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
(S. Quasimodo)
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Premessa dell'autore.
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Questo libro vuole rappresentare un contributo, per quanto modesto e parziale, alla memoria. Memoria che si fa difficile ogni anno di pi, perch quando si  giovani, prossimi ai fatti e ai testimoni dei fatti, spesso il passato non interessa, superato di gran lunga dall'eccitante, frenetico presente e dal futuro magari ancora tutto da scrivere. Ma quando, meno giovani, con i fogli del futuro gi usati e pieni di scarabocchi, si vorrebbe sapere, ricordare, recuperare, trasmettere, i fatti e i testimoni dei fatti sono ormai lontani, a volte irraggiungibili o persi per sempre.
Cos, le pagine che seguono sono il mio tentativo di restaurare e raccontare una parte delle vicende umane di Cordelio Storai - mio padre - e della sua prima moglie, Rita Cecchi: gli anni della Seconda Guerra Mondiale. 
Da un lato, la sofferenza di un uomo internato nei campi di prigionia in Germania; dall'altro, l'incerta quotidianit di una giovane donna con due figli in tenera et, in un piccolo borgo toscano occupato dai Tedeschi e cannoneggiato dagli Alleati. Con un fil rouge a cucire queste porzioni di esistenza: le lettere che i due si scambiarono e che, probabilmente, contribuirono a dare all'una e all'altro la forza di tener duro e andare avanti.  
Non  stata un'impresa semplicissima. La microstoria deve comportarsi con la macrostoria come le forme colorate dei giochi per bambini, in cui cubi, cilindri e coni devono incastrarsi nei rispettivi fori. A volte il gioco riesce, a volte il narratore non pu che ricorrere alla stessa cocciuta logica dei bimbi e far entrare una sfera in un cubo o creare una forma a stella dove non c'. Per questo  corretto parlare di narrazione e non di ricostruzione storiografica. Sebbene la ricerca documentale sia stata la pi rigorosa possibile, il prodotto finale  pur sempre una narrazione, in cui il racconto e il ricordo affiancano il documento storico e ne equivalgono la dignit e l'importanza.
In pi, non si sa mai cosa si pu trovare frugando sotto i sassi del passato: un gioiello perduto oppure un nido di scorpioni. Le guerre fra gli uomini - ieri, oggi, domani - sono realt caotiche e indistinte eppure, spesso, vengono ricostruite con cristallino manicheismo: buoni e cattivi, vittime e carnefici, ragione e torto, vincitori e sconfitti, eroi e vigliacchi. Finire da una parte o dall'altra dell'effimera e discutibile demarcazione  affar d'un attimo. O di anni, quelli necessari a rimescolare il falso e il vero. 
In questo caso specifico, lo scrivo con sollievo, smuovere i conci di ieri non ha rivelato nessun venefico scorpione da cui allontanarsi schifato e deluso.  Mio padre probabilmente non ha brillato dell'abbagliante eroismo di un Salvo D'acquisto, ma la sua ordinaria fiammella  stata, altrettanto probabilmente, preziosa per quanti hanno avuto la ventura di scorgerne l'ostinato, quotidiano lucore. 
Anche se lo scopo di queste pagine non  di "buttarla in politica", non c' da attendersi dalle stesse obiettivit storica o equidistanza. Qualunque cosa di buono possa aver realizzato il fascismo, ammesso che esista,  stata comunque uccisa 443.000 volte, mutilata 320.000 volte, imprigionata 600.000 volte. E questo anche se il protagonista delle pagine seguenti con ogni probabilit non sarebbe stato cos categorico: lui era una persona e il narratore ne  un'altra, con mentalit, idee, opinioni, approcci differenti, quando non diametralmente opposti, davanti ai fatti, alle scelte, ai ricordi.
Se poi quando cera lui, i treni arrivavano in orario, mica c'era bisogno di farlo capo del governo... Bastava farlo capostazione, no? per dirla alla Troisi e scusate la citazione colta. 
Mio figlio, giovane delloggi, non ha fatto in tempo ad incontrare suo nonno. Per cui sarei lieto se questo libro permettesse a lui e a tutti coloro che non amano le tenebre assolute di scorgere quell'ostinata fiammella, quelle centinaia di migliaia di ostinate fiammelle di memoria, numi tutelari della nostra fragile libert. Affinch i treni possano arrivare in orario, anche senza l'orrore dei campi di prigionia.  
T. S.
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1. Prima.
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"Rosino", cos soprannominato alla nascita per il colorito delle guance, apr gli occhi sul mondo il primo giorno di marzo nellAnno Domini 1909. Una grande casa colonica su un ameno poggio di vigneti, ulivi e ciliegi, nel Comune di Monsummano a met strada fra Firenze e il mare, riecheggi dei suoi primi strepiti e li confuse con lo starnazzare delle nane1 e il muggire delle mucche. 
Era una casa di mezzadri, sulle terre della ricca famiglia Colzi, confinanti con quelle dei Babbini-Giusti, il cui rampollo pi celebre, Giuseppe, un secolo prima aveva bighellonato per le scuole toscane, poetato e viaggiato, fino a stringere amicizia con "quel tal Sandro, autor d'un romanzetto /ove si parla di promessi sposi"2  
Una casa piena di gente, quella del Colle Odoroso, dal momento che nonna Assunta diede alla luce ben nove figli, sei maschi e tre femmine, tutti rigorosamente fatti in casa. Una casa e un podere con gente che andava e veniva: figli che partivano per non ritornare, come il primogenito Ezio, partito per una guerra sui remoti confini del giovane Regno d'Italia o come Alberto, portato via in tenera et forse da una peritonite; nuore che arrivavano e figlie che andavano, al ritmo delle marce nuziali e delle feste sull'aia.
Su tutto, il faticoso ed immutabile ciclo della frullana per il fieno, della gramola per l'uva, del frantoio per le olive e del cloppetecloppeteclop del calesse del "Signor Cavaliere" in visita alle sue propriet ed alla sua gente.3 
Esistenza scandita dalle stagioni e dalle gravidanze, quella della minuta signora Assunta, simile a mille altre ma unica nella sua umanit. Ormai un po' in l con gli anni, sentiva che quellottavo figlio le stava rendendo le cose pi difficili del solito.  
Ma il nuovo dottore di citt fu cos bravo, cos rassicurante che tutti i problemi vennero superati.
"Signor dottore, voi siete un angelo del paradiso"
"No, mia buona Assunta, non sono un angelo. Stai tranquilla, tutto  a posto e fra breve sarai di nuovo madre"
"Dio vi benedica. Guardate, se questo figlio sar maschio, vorrei dargli il vostro nome, sempre col vostro permesso s'intende"
Il buon dottore di citt raddrizz la schiena dopo essersi lavato le mani nel bacile. La sua espressione era un misto di compassione e divertimento. La contadina abbass lo sguardo, timorosa di aver osato troppo, di aver offeso con il suo ardire quel signore di citt.
"Assunta... non credo ti convenga. E soprattutto non credo convenga a questo bambino"
 "Signor dottore, cosa dite! No, no, sarebbe un grande onore"
Il buon dottore di citt si strinse nelle spalle. In fondo non gli dispiaceva condividere l'eccentricit del proprio nome con un altro essere umano.
"Beh, come vuoi Assunta. Il mio nome di battesimo  Cordelio"
Con ogni probabilit Assunta e il marito Giuseppe non sapevano un bel nulla del bardo di Stratford-upon-Avon, di Re Lear e della sua terzogenita Cordelia, ma la riconoscenza risult semplicemente pi forte di tutta la drammaturgia britannica e Cordelio fu.  
Per certo, n la vita da mezzadro, quella dei genitori, n la vita del meccanico, quella prospettatagli dalla sesta elementare, avrebbero soddisfatto le pur modeste aspettative del giovanotto dal nome shakespeariano. 
Per cui il 14 aprile del 1927, una sferragliante locomotiva a vapore Gr 625 lo sospinse col suo sbuffo, fin in Piazza Santa Maria Novella. Il ragazzo rimase attonito davanti al viavai di biciclette, carrozze e Camicie Nere, ma riavutosi ben presto, si mise con determinazione alla ricerca dellufficio arruolamento dei Reali Carabinieri, Legione di Firenze.
Non lo si poteva certo dire un omone: il foglio matricolare4 della matricola 9181 riportava, un po impietosamente, un metro e sessantasei daltezza per ottantasette centimetri di torace. Ma dal momento che nemmeno Sua Maest Vittorio Emanuele III era propriamente un gigante, venne concesso al giovane campagnolo di entrare nei ranghi di coloro "Del Re custodi e della legge, schiavi /Sol del dover, usi obbedir tacendo/ E tacendo morir..."5
Continuando a spulciare il Foglio Matricolare, si scopre che Cordelio fu Carabiniere a piedi il 19.9.1927, aggregato alla scuola militare di Firenze per frequentare il corso allievi sottufficiali il 14.10.1932, trasferito al Distretto Militare di Pistoia per effetto del R.D. 3.1.1928 e che rientr al Corpo per cessata aggregazione il 13.7.1933. Insignito del grado di vice brigadiere in atto n. 31.12.1933, venne inviato alla Legione di Livorno il 13.2.1934 e alla Legione Allievi il 26.3.1936. Il 31.10.1936 venne aggregato alla scuola centrale CC. RR. di Firenze per frequentare il corso di lingua tedesca, rientrando al corpo il 1.5.1937.
Cos, un anno e otto giorni dopo quest'ultimo trasferimento, si verific uno di quegli incroci fra la micro e la macro storia, croce e delizia di storiografi e narratori.
Il 9 maggio 1938, Adolf Hitler e Benito Mussolini visitarono Firenze, al termine del viaggio in Italia del Cancelliere tedesco.

"IL SOGGIORNO IN ITALIA DI ADOLFO HITLER si  concluso fra grandiose manifestazioni a Firenze"
Per la venuta del Fuhrer Firenze  apparsa sfolgorante di bellezza. Il sole aveva indorato lincanto delle sue ridenti colline e la vetusta magnificenza dei suoi palazzi, dei suoi monumenti che costituiscono la testimonianza della sua gloria artistica: mai tante bandiere, mai tanti arazzi e damaschi preziosissimi, avevano adornato le finestre ed i balconi dei suoi antichi edifici. E gli addobbi non coprono, ma inquadrano ed esaltano quanto il genio ha creato nei secoli, in una successione di pittoresche apparizioni, in unapoteosi di colori.
Le felici e geniali decorazioni - ideate e realizzate da un apposito ufficio comunale dei festeggiamenti - hanno trovato, secondo lo stesso concorde ed entusiastico giudizio delle personalit ospiti e della stampa italiana ed internazionale, completa armonia e perfetta ispirazione e fusione con larchitettura dei palazzi, con la struttura delle strade e con le linee dei monumenti.
Linterno della Stazione preannunzia i motivi degli addobbi della citt: bandiere bianco-gigliate e rosso-uncinate, fasci littori dorati e piante ornamentali, magnifiche azalee in tutte le sfumature dal bianco al rosso. Nel piazzale esterno della Stazione, di fronte alluscita del padiglione reale,  stata eretta una grande esedra di verde con tre vasche, in mezzo alle quali sorgono le riproduzioni del Nettuno e delle sirene del Giambologna. Sul ripiano antistante, coperto di pratoline, , al centro, il giglio fiorentino formato da primule rosse. Lesedra di verde, alta 15 metri, si prolunga di fronte al lato arrivi formando ampie anse equidistanti che accolgono otto fontane zampillanti, le quali, a loro volta, sovrastano una grandiosa tribuna a gradinate per la folla degli invitati alla cui base sono sedici leoni michelangioleschi. Entrando nella piazza dellunit, sul lato destro labside e la facciata trecentesche e lagile campanile quattrocentesco di S. Maria Novella si mostrano nella loro mirabile nudit: sul fianco sinistro, dietro lobelisco, che ricorda i caduti per la Patria, i palazzi sono adorni di labari bianco-gigliati, rosso-uncinati e nero-dorati, spioventi dai tetti fino a terra: le file delle finestre sono pavesate di bandiere. Via Panzani  trasformata in una meravigliosa galleria a grandi campate di stoffa bianca che portano impressi gigli rossi. Le campate salgono dai marciapiedi sino ai tetti, traversando le strade e ridiscendendo ai marciapiedi opposti. Ad ogni finestra sventolano insegne azzurre del Capo del Governo. Via Cerretani continua la galleria con grandi campate rosse recanti impresso lemblema del Terzo Reich. In Piazza del Duomo le moli meravigliose di S. Maria del Fiore, della cupola del Brunellesco, del campanile di Giotto e del Battistero con le porte del Pisano e del Ghiberti, che furono dette del Paradiso, formano di per s stesse una zona monumentale di incomparabile armonia. I palazzi circostanti, decorati di arazzi e gonfaloni bianchi gigliati in rosso, infondono al quadro di insieme una austerit solenne e mistica. Via Calzaiuoli  ammantata di bandiere bianco-rosso e di campate cilestrine, su ciascuna delle quali sono disegnati i simboli delle antiche corporazioni fiorentine. Via Speziali a bandiere rosse e bianche. In piazza Vittorio, cuore della citt medioevale, ove si incrociavano le grandi arterie romane del cardo e del decumano, sono erette due immense tribune per il popolo. Sugli attici dei palazzi svettano selve di bandiere tricolori. Via Strozzi ha le campate in giallo-oro e festoni robbiani di verde e di frutta. Palazzo Strozzi, la massiccia costruzione cinquecentesca di Benedetto da Maiano, ha infisso nei suoi mirabili portabandiera di ferro battuto le bandiere degli antichi nobili casati e quelle delle arti. I palazzi di Via Tornabuoni si ammantano di antichissimi arazzi.
Piazza S. Trinita ed il ponte omonimo dellAmmannati sono trasformati in un delizioso giardino fiorito. I palazzi della Via Maggio, tra cui quello ove dimor Bianca Cappello, sono addobbati con gli arazzi degli antichi rioni, con bandiere delle arti e con decorazioni robbiane....6 

Piazza San Giovanni, via de' Tornabuoni, ponte Santa Trinita e Palazzo Pitti. Poi piazza Santa Croce, viale Michelangelo, il piazzale. Davanti all'incomparabile vista, "Hitler rimane a lungo alla balaustra in contemplazione, gorgogliando in gola suoni indistinti, per poi affermare: Finalmente; finalmente capisco Bcklin e Feuerbach!. 
Il Fhrer e il Duce, tornati in citt, "al giardino di Boboli sono circondati da paggi, cavalieri, giostratori e sbandieratori del gioco del Ponte Pisano, della Giostra del Saracino, del Calcio Fiorentino e del Palio di Siena.". Di nuovo Pitti, la Galleria Palatina, il Corridoio Vasariano, gli Uffizi, Palazzo vecchio. E gente, gente, gente acclamante dappertutto.  
E il vice brigadiere Storai era l, sul bordo della strada, instancabile nella sua divisa, intento a scrutare la folla preda di quell'innaturale delirio, alla ricerca non dei falsi entusiasti - non gli interessavano - ma di chiunque avesse rappresentato una minaccia per l'ordine e l'incolumit pubblica.
Chiss cosa gli pass per la mente davanti alla frettolosa bonifica delle fatiscenti casupole e degli innumerevoli pollai lungo la ferrovia; chiss se si accorse che Santa Maria del Fiore - come tutte le altre chiese cittadine  era rimasta chiusa e priva di qualsivoglia addobbo, non gi per esaltarne larmoniosa bellezza architettonica ma per precisa volont del cardinale Elia Dalla Costa, il quale non voleva avere niente a che fare con quei festeggiamenti pagani. Bello ipotizzare il suo sdegno al rapporto sulla devastazione di una pasticceria del centro con relativo pestaggio del proprietario da parte di una squadraccia fascista. La causa? Le onnipresenti foto di Hitler e Mussolini esposte in vetrina, ma circondate solo da scatole di biscotti "Fratelli Lazzaroni". 
Bello infine immaginarlo agli ordini del capitano Arcieri, su e gi per i Lungarni, intento al presidio dell'ordine pubblico e alla ricerca di Elena Contini.7
Ad ogni buon conto, l'ottima riuscita della visita fiorentina del dittatore nazionalsocialista e l'abnegazione al dovere, valsero al vice brigadiere Storai un encomio solenne con la seguente motivazione:
"In occasione del soggiorno in Italia del Cancelliere tedesco, si prodig con grande spirito di sacrificio nell'esecuzione di numerosi e gravosi servizi che contribuirono alla perfetta riuscita delle manifestazioni."8
Lencomio non fu l'unica gioia di quel 1938, con ogni probabilit l'ultimo anno corrusco prima di molti anni bui. Ricevette i gradi di brigadiere il 30 giugno e, nello stesso giorno in cui Leo Longanesi scriveva: Uno stupido  uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica9, cio il 15 dicembre, spos Rita Cecchi, una graziosa ragazza poco pi che ventenne. Ah, il fascino della divisa! 
Rita era nata in California, a Westwood, uno dei quartieri-citt di Los Angeles, da Pasquale ed Emma, due emigrati italiani rientrati in patria qualche anno prima, con le figlie Lina, la maggiore, e appunto, Rita. La famiglia risiedeva in una bella casa della Grotta Giusti, nel comune di Monsummano, che ai tempi ancora non si fregiava dell'appellativo di "Terme". 
E' assai probabile che galeotta risultasse l'assidua frequentazione del fratello maggiore di Cordelio, Attilio, con Lina. Fatto sta che, alla fine, i due fratelli Storai sposarono le due sorelle Cecchi. 
La gioia pu avere molte forme, a seconda dellepoca e del luogo in cui la si aspetta o la si prova: quale gradiente di gioia pu raggiungere una giovane donna in attesa del primo figlio mentre rabbiosi venti di guerra rischiano di rapirle il marito? Forse bisognerebbe chiederlo alle compagne dei militari italiani partiti negli ultimi venticinque anni per la Somalia, il Libano, la ex Jugoslavia, lIraq, lAfghanistan, o forse no, perch oggi  diverso: allora erano le missioni di guerra a bussare alle porte, oggi sono stranamente le missioni di pace, con definizioni inquietanti come "peace keeping" e "peace enforcing" e con soldati donne nei ranghi dei difensori della pace-combattenti. 
Rita festeggi la sua maggiore et diventando mamma di Marzio il 7 ottobre 1939. Tredici mesi dopo, il 5 novembre 1940, diede alla luce il suo secondogenito, Fabrizio.
Nel mezzo, precisamente il 10 giugno del '40, lo scarso crinito dittatore si era affacciato ad un balcone di Palazzo Venezia a Roma, annunciando con voce un po' troppo enfatica che " unora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria, accolto da inumane urla di giubilo.
Come  soggettivo il concetto di gioia!
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Note:

1. Termine dialettale in uso nel fiorentino e nel pistoiese indicante le anatre.
2. Versi de: "Sant'Ambrogio", poesia di Giuseppe Giusti (1809-1850).
3. Becagli V., Una volta... in via Rio de' Beini... e oggi. Diple Edizioni, Firenze, 2001.
4. Non  stato possibile riprodurre il foglio matricolare perch le copie, soprattutto delle prime pagine scritte a mano, sono appena leggibili. 
5. Versi del poema "La rassegna di Novara" di Costantino Nigra (1828-1907).
6. Tratto da: Firenze. Rassegna del Comune. Anno VII, n 6, giugno 1938, in: "Archivio Storico del Comune di Firenze. 9 Maggio 1938: Il ritorno all'ordine. P. O. Archivi e Collezioni Librarie Storiche, Firenze, I Quaderni dellArchivio della Citt  n. 1, 2012.
7. Il capitano (poi colonnello) dei Carabinieri Bruno Arcieri e la giovane esperta darte ebrea Elena Contini sono i protagonisti di una serie di gialli storici di successo il cui autore  Leonardo Gori. Nello specifico si tratta di "nero di maggio", Hobby & Work Publishing, Roma, 2003, incentrato proprio sulla visita dei due dittatori a Firenze nel 1938.
8. Dal foglio matricolare, pag. 15: "Azioni di merito, decorazioni, encomi, ferite, lesioni, mutilazioni in guerra e in servizio". Foglio n. 1131 1.9.1937 del 14.11.1938 del Comando della II Divisione CCRR "Padova".
9. celebre aforisma di Leo Longanesi (1905-1957)
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2. Jugoslavia.

Il foglio matricolare di Cordelio snocciola date e dati amministrativi. Riporta ad esempio:

"Ammesso alla rafferma di 1 anno con decorrenza 12.3.1940.
In dipendenza della legge 16.4.1940 n. 237, la paga giornaliera  stata stabilita in lire 22.33 dal 1.4.1940.
Tale sulla Legione di Firenze 24.6.1940.  
In dipendenza della legge 16.4.1940 n. 237, la paga giornaliera  stata stabilita in lire 22.33 dal 1.4.1940.
Tale in territorio dichiarato in stato di guerra 11.6.1940."

Gi, l'Italia era diventata un "territorio in stato di guerra". E continua:

"Ammesso alla paga di lire 22,88 a senso della legge 237 del 16.11.1940 ed indennit militare speciale di lire 8,20 a senso del R.D. 2395 del 11.11.1923, sotto deduzione del 12% di cui al R.D.L. n. 1491 del 20.11.1930 e del 12% giusta R.D.L. 14.4.1934 n. 551 con decorrenza dal 1.11.1940.
In seguito alla nascita di 1 figlio avvenuta in data 5.11.1940 Atto Disposto n. 373 del 18.6.1941 effettuato il pagamento della somma di lire 273, corrispondente a 91.10 di licenza ordinaria non finita nel periodo dal 11.6.1940 al 10.6.1941, titolo di pagamento n. 315 in data 24.10.1941 dalla Legione di Firenze.
Ammesso alla rafferma di 1 anno con decorrenza 14.4.1941.
Tale mobilitato per esigenze di servizio T. F. (Dispaccio del Ministero della Guerra, Stato Maggiore per la Difesa del Territorio n. D.L. 610 del 7.1.1941 (Timbro 16.8.1940).
Ammesso alla rafferma per 1 anno con decorrenza 14.4.1942 Maresciallo d'Alloggio in data 30.4.1942.
Ammesso allo stipendio di lire 8800 a senso della legge 237 del 16.11.1940 ed indennit militare speciale di lire 350 a senso del R.D. 2395 del 11.11.1923, sotto deduzione del 12% di cui al R.D.L. n. 1491 del 20.11.1930 e del 12% giusta R.D.L. 14.4.1934 n. 561 con decorrenza 1.4.1942, Avendo compiuto alla data del 30.4.1942 anni 14 di servizio, Atto Dispositivo n. 50 in data 6.9.1942.
Effettuato il pagamento della somma di lire 997.00 corrispondente a giorni 30 di licenza ordinaria non finita durante il periodo 10.6.1941 al 9.6.1942. Titolo di pagamento n. 465 in data 31.7.1942 della Legione RR.CC. di Firenze.
Tale aggregato alla Legione di Roma per assegnazione al IX Battaglione Carabinieri Reali Mobile. 28.11.1942."

Pur nella loro aridit, i freddi burocratismi del foglio matricolare raccontano qualcosa. Raccontano di un padre che, nonostante la nascita del suo secondogenito, rinunci alle licenze di un intero anno. Forse perch c'era la guerra e il senso del dovere prevalse sullistinto paterno, forse perch cos facendo, sarebbe riuscito a mettere insieme un discreto gruzzolo da destinare alla famiglia in tempi diventati terribilmente difficili. E la difficolt dei tempi  rilevabile dalla svalutazione della paga: dal 1940 al 1942, la lira si era svalutata di circa 400 volte. Ormai le banconote erano pezzi di carta, lenzuoli che non valevano quasi pi nulla. Ma il foglio matricolare racconta anche di un'accelerata del destino. Promosso maresciallo "a una striscia" il 30 aprile 1942, venne assegnato circa sette mesi dopo, al IX Battaglione Territoriale presso la Legione di Roma. Non ci fu il tempo per fare nulla, nemmeno per preoccuparsi, ci fu solo il tempo per i preparativi. Lo stato Maggiore stava apprestando un contingente di rinforzo per la divisione "Bergamo", di stanza al di l della fredda risacca adriatica, in Jugoslavia. 
Fin dagli ultimi mesi del 1941, i resoconti provenienti dalla Dalmazia riferivano di un mattatoio a cielo aperto, di una spaventosa e crudele guerra civile tra il regime ustascia di Ante Pavelic, i Cetnici serbi di Draza Mihailovic ed i partigiani di Josip Broz, detto Tito, in una drammatica escalation di atrocit contro le popolazioni civili e di crimini di guerra, tutti contro tutti.
E in questo crogiuolo ribollente di odio e di faide, di razzismo e di ultranazionalismo, di orrore e di impotenza chiamato Governatorato di Dalmazia si erano dislocate le truppe della Bergamo.
Non erano certo truppe di interposizione: gli italiani perseguivano i propri scopi di forza d'occupazione, sfruttando le inimicizie locali e alleandosi tatticamente con questa o quella fazione - soprattutto con i cetnici - in funzione anti questi o anti quelli - soprattutto contro i comunisti di Tito - in un macabro balletto sul filo di una lama sottile e assai affilata.1 
Sul campo, dunque, la situazione presentava mille sfaccettature, ma alle truppe ammassate sul molo del porto di Ancona la sera del 15 dicembre 1942 in attesa di imbarco, n erano state date, n sarebbero servite spiegazioni pi complesse: credere, obbedire, combattere...
Mentre sull'altro lato dello Stivale, il porto di Napoli veniva investito da una pioggia di bombe degli Halifax inglesi, il cargo stipato di truppe lasciava il porto orientando la prua ad est, sotto il sereno cielo notturno. Se le costellazioni autunnali del Capricorno, dell'Acquario, dei Pesci inseguite dal vano galoppo di Pegaso si avviavano al tramonto nel cielo a occidente, Orione, il Cane Maggiore con la fulgida Sirio, il Toro della rossa Aldebaran, le stelle di Castore e Polluce nei Gemelli si accendevano ad una ad una, riflettendosi sul mare piatto come uno specchio. 
Era il primo - e rimarr l'unico - viaggio di Cordelio per mare. Appoggiato alla murata, sfidava il gelo della notte tardo autunnale intabarrato nel suo pastrano, guardando il cielo stellato e la scia fosforescente della nave, con occhi increduli e un traboccare di nostalgia nel cuore. 
Ad un tratto, un grido: "La! Guardate l!" 
I soldati sulla coperta della nave aguzzarono la vista nella tremula luce stellare.
"Uscita dalle profondit senza fine, la coda gigantesca sembra spasmodicamente tesa ad afferrare il pi alto dei cieli. (...)questo innalzarsi della coda della balena  forse lo spettacolo pi grande a vedersi in tutta la natura animata. il mostro dimen la coda verticalmente nell'aria quaranta piedi e poi si inabiss come una torre inghiottita. "2
Chiss che presagi trasse Cordelio dall'incontro col leviatano. Sicuramente il pur breve episodio lasci un'emozione indelebile se, a distanza di tanti anni, il ricordo dell'enorme coda del cetaceo era rimasto uno dei pi vividi e dei pi ripetuti nelle sue narrazioni. 
A dispetto della notte serena, un'alba fredda, livida, la stessa che un'ora prima aveva visto sul Don l'Armata Rossa scatenare l'offensiva "Piccolo Saturno" contro l8 Armata italiana, accolse lo sbarco del maresciallo Storai e del suo plotone nel porto di Split, che in italiano suonava Spalato. In quel settore era dislocata la Divisione "Bergamo", agli ordini del generale Emilio Becuzzi. La componevano il 25 Reggimento fanteria "Bergamo", il 26 Reggimento fanteria "Bergamo", l'89 Legione Camicie Nere con l'89 Battaglione Camicie Nere "Senese", il 4 Reggimento artiglieria "Carnaro", il 15 Battaglione mortai da 81, la 36 Compagnia Genio, la 31 Sezione fotoelettricisti e la 15 Compagnia mista telegrafisti/marconisti. I rinforzi giunti dallItalia comprendevano la 19 Sezione Sanit, il 4 Reggimento bersaglieri, la XVIII Brigata costiera con il 149 Reggimento costiero, il 156 Reggimento territoriale, il 157 Reggimento territoriale, il CVI Battaglione mitraglieri, il II Battaglione carri (1 Squadra di L/31), il Distaccamento corazzato della 1 Divisione Celere, il CCXI Battaglione. T.M., il CCXXVIII Battaglione T.M., il CCXXIX Battaglione T.M., il V e il X Battaglione di guarnigione, la 324 Compagnia di guarnigione alpina, il CIII Gruppo del 6 Reggimento artiglieria, il 5 Battaglione corpo minatori e naturalmente il IX Battaglione Territoriale dei Reali Carabinieri.3
Compiti specifici di questi ultimi erano le funzioni di polizia militare, il presidio dei cantieri e degli impianti industriali e la prevenzione di atti di sabotaggio da parte di chiunque e in special modo da parte delle formazioni partigiane di Tito.
Il plotone del maresciallo Storai venne dirottato sulla costa opposta del golfo di Split rispetto allomonimo capoluogo. E' certa - lo prova una fotografia - la presenza del maresciallo a Marina di Trau (Trogir in croato, una quarantina di chilometri via terra da Split) il 7.3.1943. 
Anche allora la cittadina di Trau doveva presentarsi come un chicchino. Situata su due isole collegate da ponti alla terraferma ed alla vicina isola di Bua,  era gi chiamata la "Piccola Venezia" per via dei canali e delle molte memorie artistiche di impronta veneziana: la cattedrale romanica di San Lorenzo, la Loggia pubblica, il Castello del Camerlengo, il Maschio di San Marco, la Torre dell'orologio, palazzo Cippico, la chiesa di san Domenico e quella di san Nicola con annesso il convento delle benedettine, la porta di terraferma, la porta Marina a fianco della loggia della Pescheria. Parecchi leoni di San Marco in pietra e in marmo ornavano ancora la citt, nonostante i nazionalisti croati ne avessero fatti saltare un bel po' nel 1932 con la dinamite.
Con le dovute proporzioni, per carit,  fin troppo facile sdrucciolare su istintive analogie: gli scempi dei Buddha di Bamyan o dei templi di Baalshamin e di Bel di Palmira, e prima, del tempio di Salomone o della citt di Alessandria. Probabilmente  blasfemo paragonare un evento con l'altro. O forse la follia, il disprezzo, la volont di cancellare l'altro, la sua identit e la sua storia, sono le stesse. Chi scrive non lo sa e, quasi per certo, non lo sapeva nemmeno Cordelio, mentre saltava gi dal camion telonato, seguito dai suoi uomini. La piazzetta del paese era quella di tutti i giorni, ma loro erano diversi: indossavano l'elmetto e il moschetto aveva il colpo in canna. Mentre i soldati si sparpagliavano tra le case, l'autocolonna proseguiva verso l'estremit del paese, rallentando ogni pochi metri per permettere ad altri soldati di saltare gi. Nell'aria glabra e tagliente come vetro, risuonavano gli ordini secchi di "Muoversi! Muoversi!", i passi pesanti e rapidi degli scarponi, il rauco verso dei motori che grattavano, s'ingolfavano e ripartivano verso le colline.
All'alba, tra i cespugli di rosmarino e le macchie di ginestre appena fuori dal paese, era stato rinvenuto il cadavere mutilato di uno del posto: un croato di mezz'et col membro tagliato, ficcato in bocca. Era la condanna per chi parlava troppo, soprattutto con gli italiani.
Ad opporsi alla prepotenza dei soldati, l'abbaio di un cane, poi di un altro, poi di una canizza. Un grido di donna, il pianto di un bimbo. Pi in l, le suole chiodate si abbattevano sulle porte di legno, spalancandole con uno schianto. I Reali Carabinieri del maresciallo Storai non lo facevano. Non perch pi virtuosi dei commilitoni, semplicemente perch consapevoli di quanto fosse inutile quellesibizione di forza: in paese c'erano solo donne, vecchi e bambini e non c'erano armi, al massimo qualche coltellaccio, qualche falcetto arrugginito. Gli uomini e i fucili erano nascosti sulle colline, nei boschi e tra i crepacci. I "banditi comunisti" come li chiamavano, sicuramente li stavano osservando da lass, come lupi imbrancati, silenziosa minaccia di odio incombente.
Gli uomini del plotone entravano nelle casupole con le armi spianate, ma dopo una rapida occhiata all'interno le abbassavano. Se c'erano altre porte, le aprivano, cos come facevano con armadi e cassapanche. Ma non sfasciavano tutto, non portavano via nulla.
Con la Beretta in mano, il maresciallo entr in un'altra casa, bloccandosi di colpo. Una donna, una bella donna, con una cascata di capelli rossi e due occhi verdi senza speranza, senza timore, lo fissava seduta ad un tavolo. Impacciato il maresciallo la salut militarmente, spiegando di dover eseguire una perquisizione. La donna, che non aveva nemmeno sussultato allirruzione, annu e in perfetto italiano spieg a sua volta di essere arrivata da pochi giorni in paese, di essere un'insegnante, di aver studiato in Italia e di essere rimasta vedova. Invit il maresciallo ad accomodarsi, offrendogli una tazza del t che stava sorbendo. C'era odore di buono in quella casa, non la soffocante mistura di cipolla, latte cagliato e sudore tipica delle isbe paesane. Suo malgrado, il maresciallo declin l'invito, facendo cenno ai suoi uomini. In silenzio, i militi passarono nella stanza attigua. Gemiti di vecchi cardini, scricchiolii di cassetti aperti. Due minuti, tre. Uno dei militi si riaffacci alla porta scuotendo la testa: non c'era niente. Per tutto il tempo gli occhi di smeraldo venati d'oro della donna non avevano abbandonato il sottufficiale italiano, le dita lunghe, affusolate, strette attorno alla tazza fumante.
Prima di uscire con i suoi uomini, il maresciallo si irrigid nuovamente nel saluto militare. La donna ricambi il saluto in italiano, accompagnandolo con un lieve cenno del capo.
Tornato sulla piazza del paese, il maresciallo dovette fare i conti con una strana sensazione di disagio. Il fascino di quegli occhi, forse, o il vento gelido dall'Istria che li prendeva d'infilata. Avvertiva lo stesso disagio di sei anni prima - sei secoli prima  quando immobile sull'attenti davanti all'insegnante di tedesco della Scuola Allievi Sottufficiali, fissava una matita ostentatamente esibita, ascoltando la severa voce dell'ufficiale sibilare: "Was is das?" 
Il 28.7.1943, tre giorni dopo l'arresto di Mussolini, al maresciallo Storai venne conferita la Croce al Merito di Guerra. Mancavano quarantadue giorni al disastro.
Ma c' spazio ancora per un ricordo.
Il lento giorno di un'estate di guerra si consumava tra il ronzio dei bombi nella calura tremolante e il riflesso degli infuocati dardi del sole, laggi, sullargento liquido del mare. La pattuglia era stanca. Il maresciallo si asciugava la fronte con un fazzoletto, i militi avevano posato i moschetti, sedendosi all'ombra di un folto di betulle. All'improvviso delle voci, dall'altra parte della macchia, che fecero balzare in piedi gli uomini: donne. Qualche risata. 
Al di l degli alberi, c'era un pascolo ingiallito ed un piccolo stagno dove tre donne, o ragazze, con le sottane sollevate, sguazzavano e si schizzavano nell'acqua bassa e verde. Gli occhi degli uomini si assottigliarono. Lampi di carne bianca, la curva di un polpaccio. Voltandosi, una delle donne scorse i soldati fra i tronchi e un urlo le proruppe istintivo dalle labbra. Lasciando andare la sottana, cerc di riguadagnare goffamente la riva. Si voltarono anche le altre. Videro, capirono. E presero a diguazzare disperate, impacciate vieppi dagli orli infradiciati delle lunghe gonne. La pi lontana, la pi affannata, scivol e cadde, sollevando verdi spruzzi che divennero multicolori sotto il riverbero del sole. Ed a quel punto uno dei militi spicc la corsa. Con due balzi fu addosso alla donna caduta, rivoltandola sulla schiena. Uno strappo violento e il tessuto grezzo cedette, liberando seni bianchi e pieni. Il soldato affond in quelle urla, in quel dibattersi. Armeggi con la cintura, poi si ferm: sulla nuca la tonda e fredda bocca di una pistola.
"Lasciala! - Era la voce del maresciallo. - Conto fino a tre. Al tre ti ammazzo come un cane."
Il soldato ruot lentamente la testa, risalendo con lo sguardo la canna della Beretta, fino agli occhi duri del maresciallo.
"Uno!". Il cane della pistola si sollev, il dito sul grilletto si tese. 
"Due..."
Con un ringhio ferino l'uomo si rialz, mentre la ragazza in lacrime tentava di sgusciare via e di coprirsi allo stesso tempo. Le sue compagne, interrotta la fuga, seguivano con le mani sulla bocca la scena dal pendio poco distante. Il maresciallo, pistola ancora serrata in pugno, vide il soldato raggiungere i commilitoni e la ragazza le altre donne. A questultime fece segno di andare via, in fretta. E le tre non se lo fecero ripetere.
Non ci fu alcun rapporto al ritorno in caserma, nessun provvedimento. Ma nei quindici giorni successivi, nessuno degli uomini del plotone rivolse la parola al sottufficiale, al di fuori del forzato "comandi". Lunica sua compagna nelle notti dormite male, fu la fida Beretta sotto al cuscino: gli incidenti mortali in tempo di guerra erano all'ordine del giorno...


Note:

1. Anonimo, Le fasi della guerra in Dalmazia e la distruzione di Zara. http:\\www.arcipelagoadriatico.it/storia/dalmazia; Hodzic S., Italiani brava gente? Storiografia recente delloccupazione italiana in Croazia durante la seconda guerra mondiale. Ventunesimo secolo, VII n. 16, 2008; Marchese G., Le truppe di occupazione in Croazia 1941-1943. http://www.giuseppemarchese.it/articoli/art_99/art99.html; Talpo O., Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944). Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, Roma 1994.
2. Tratto da: "Moby Dick o la balena bianca" di Herman Melville (1819-1891).
3. Talpo O., op. cit.


3. Armistizio

Con un senso di premonizione difficilmente spiegabile, i carabinieri di sentinella videro materializzarsi lo strano terzetto nella luce morente del crepuscolo. Lo straccio bianco issato su una pertica, ostentato dal primo dei tre uomini attir subito la loro attenzione. Poco pi indietro, gli altri due trasportavano a braccia qualcosa di ingombrante, coperto da un telo. Il brigadiere capoposto not il fazzoletto rosso annodato al collo dei tre e not, dietro la maschera impenetrabile dei loro volti, le sghembe occhiate nervose lanciate tuttintorno. Non si vedevano armi di alcun genere.
"Alto l. Fermi o sparo" intim il brigadiere quando furono a portata di voce. I carabinieri di guardia appoggiarono la canna dei moschetti sui sacchi di sabbia dietro cui si riparavano, prendendo la mira.
 Quando vide il piccolo drappello arrestarsi e predisporsi pazientemente all'attesa, sussurr al milite pi vicino: "Vai a chiamare il maresciallo".
Il brigadiere non ignorava certo il significato della bandiera bianca, ma era meglio non correre rischi. Trenta secondi dopo, il maresciallo era al suo fianco. Guard il segnale di tregua, floscio nell'aria immobile della sera di fine estate. In realt, la delegazione partigiana non giungeva inaspettata. Da ore le linee telefoniche non funzionavano pi ed i reparti raggiungibili via radio denunciavano le stesse difficolt di comunicazione col Comando: qualcosa bolliva in pentola.
"Sentiamo cosa vogliono. Guardate cosa c' sotto quel telo, poi fateli passare" ordin il maresciallo, volgendo uno sguardo circolare sulle colline circostanti ormai inghiottite dall'oscurit sempre pi fitta, poi rientr nelledificio che fungeva da caserma.
"Comandi". Il brigadiere si rimise il moschetto in spalla poi si mostr nel varco fra i sacchi, facendo segno agli uomini in attesa di avanzare. Quando li ebbe davanti, fece sollevare il telo. Nella luce sempre pi incerta, riconobbe una monumentale radio CGE a galena scoperchiata e con le valvole bene in vista, a fugare ogni dubbio sulla sua natura. Perplesso, scort il terzetto nell'ufficio del maresciallo.  
Senza grandi convenevoli, i titini rimontarono l'apparecchio e lo predisposero per la ricezione. La stanza si riemp di scariche statiche e di sinuosi ronzii di frequenza. Dopo qualche armeggio con le manopole, la radio capt un breve discorso in inglese. Cordelio non conosceva quella lingua, ma riconobbe le parole "Italy", "Army" e "Allied". Dopo qualche altro snervante crepitio, una voce - quella del Maresciallo Badoglio - annunci in italiano: Il governo italiano, riconosciuta la impossibilit di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e pi gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. 
La richiesta  stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilit contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse per reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza."
Il cuore di Cordelio perse un battito. La sua mente vacill sotto il sovraccarico di ipotesi e di emozioni suscitato da quelle parole. E' un trucco;  vero; la guerra  finita, no, continua ma...Vide il brigadiere, pallido come un cencio lavato, appoggiarsi alla parete.
La radio, nel frattempo, ripeteva a rotazione il messaggio in inglese e la sua versione italiana. 
"Tenente...nostro... parlare" biascic quello che sembrava il capo della delegazione partigiana. Senza chiedere o attendere il permesso, usc dalla stanza, con il brigadiere alle calcagna. 
Cordelio tent di mettere ordine nel marasma di pensieri. Non poteva essere vero. E poi, buon Dio, cosa diavolo significava? Reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza... Quale provenienza? I tedeschi? e come?
Ritorn al presente quando fecero il loro ingresso il brigadiere e il tenente dei partigiani.  E rimase senza fiato: capelli ramati raccolti a crocchia sotto il basco nero, su cui campeggiava la stella rossa a cinque punte, inconfondibili occhi di smeraldo che lo scrutavano attenti, tuta mimetica e PPSH-41.1 a tracolla.
"Maresciallo, ci rincontriamo"
In poche, asciutte parole la bella vedova-insegnante-tenente partigiano espose il quadro della situazione, dal suo punto di vista. Aveva mandato l i suoi uomini con la radio, affinch Cordelio ascoltasse lannuncio della resa italiana trasmesso da Radio Londra. No, lannuncio era assolutamente autentico. I soldati italiani di stanza lungo il Golfo di Split e in molti altri distretti erano circondati dall' Esercito popolare di liberazione e dei Distaccamenti partigiani della Jugoslavia. No, non c'era la possibilit di mettersi in contatto col Comando di Split: le linee telefoniche erano state tagliate. La responsabilit di decidere era tutta sua. Poteva scegliere di passare dalla loro parte, c'era chi lo stava gi facendo  ma lespressione del maresciallo fece capire subito che tale eventualit non era da prendere in considerazione - oppure...  
Giocarono a carte scoperte. Il tenente titino sottoline lodio della sua gente contro i tedeschi e gli italiani, ma ammise che il maresciallo, pur comandando un reparto di forza occupante, si era sempre comportato onorevolmente con la popolazione civile. Per tale ragione, era riuscita ad ottenere per lui e il suo plotone un lasciapassare attraverso le zone sotto il controllo dei partigiani. Avrebbero potuto conservare le armi, ma sulla sua parola d'onore, non avrebbero dovuto usarle n contro l'esercito di liberazione jugoslavo, n tantomeno contro la popolazione civile. La divisione Bergamo si stava concentrando attorno a Split e i carabinieri del maresciallo avrebbero potuto dirigersi l, dove era in corso, o lo sarebbe stata tra breve, levacuazione.
"Andatevene maresciallo, prima che arrivino i tedeschi. Mi fido del vostro onore di uomo e di soldato: non me ne fate pentire. Addio e buona fortuna".
Se ne and senza voltarsi, con i suoi uomini e la radio.
Nel corso degli anni, questa ricostruzione degli avvenimenti fornita da Cordelio  stata messa in dubbio e, soprattutto,  stata messa in dubbio la natura dei rapporti fra lui e il bel tenente dei partigiani. No, nessuna collaborazione col nemico contingente, piuttosto il sospetto di un rapporto di unemotiva e carnale vicinanza umana, come spesso si crearono fra donne e uomini anche di parti avverse, durante quei terribili anni di odio e di solitudine. No, chi scrive non crede pi a Babbo Natale, per la versione trascritta  quella ascoltata dalla viva voce di Cordelio, per cui  quella riportata. Dopodich, ognuno pu credere a ci che vuole.
Scrive Giulio Bedeschi2: "... giunse l'8 settembre 1943 a ribaltare le situazioni, a scardinare le organizzazioni, a rovesciare le alleanze e soprattutto a squassare e sconvolgere le coscienze della maggior parte dei soldati italiani, trasformati all'improvviso da abituali esecutori di ordini militari a detentori della drammatica libert di dover decidere da s, nello stesso momento per in cui si trovarono gettati e sprofondati in un baratro in fondo al quale non era visibile alcuna razionale via d'uscita: condannati a dover affrontare comunque gli eventi immediati, senza aver modo di poter misurare o almeno intravvedere le conseguenze remote di un loro eventuale primo passo. Soltanto una cosa era certa: in qualunque direzione il passo venisse orientato, avrebbe determinato una scelta irrevocabile. Contemporaneamente, invece, per altri soldati la scelta fu perentoriamente imposta dal caso fortuito, che prese il sopravvento; altri ancora, per converso, si affidarono sgomenti al caso.".
Ad ogni buon conto, in quel fatidico giorno, agli ottantamila uomini della Benemerita, in Italia e sui fronti di guerra, era stato impartito l'ordine - altra perla del detto-non detto - di "restare al proprio posto". Bisognava continuare a "...svolgere il servizio. Gli sbandamenti devono essere assolutamente evitati" impartito dal comandante dellArma, il generale Angelo Cerica.3
Per il maresciallo Storai non c'erano molte scelte: il presidio di cui aveva il comando era ai piedi di un promontorio chiuso su due lati da colline boscose, sicuramente strapiene di partigiani ansiosi di far saltare la testa a qualche italiano, e chiuso sugli altri lati dal mare. Cos, mentre i disorientati Carabinieri del presidio di Marina di Trau si avviavano cauti e tesi alla volta di Split, da tutti i comandi periferici del Governatorato di Dalmazia si inseguivano e si accavallavano le pressanti richieste di ordini specifici. La risposta, pi o meno, era sempre la stessa: "operare come la situazione richiede, evitando spargimento di sangue".
Ogni giorno, una "Cicogna", piccolo aereo da ricognizione tedesco, sorvolava gli attendamenti dei soldati italiani, gettando pacchi di volantini in cui li si invitava ad attendere fiduciosi l'arrivo imminente delle truppe germaniche. Dopodich sarebbe avvenuto il rimpatrio. 
L'11 di settembre ci fu il primo assaggio delle reali intenzioni naziste. Diciassette Junkers Ju 87 Stukas decollati da Sinj e Mostar diedero il via all'operazioneWolkenbruck (nubifragio) . Alle 11 di mattina, l'aria sopra Split fu lacerata dallatroce urlo dei bombardieri in picchiata e dalle deflagrazioni delle bombe. Ormai l'arrivo delle Panzer Division  da attendere con fiducia - era solo questione di tempo. 
Furono ore e giorni di caos indescrivibile. A Split, le fazioni si confrontavano, trattando o regolando i conti con i PPSH-41. I comandanti italiani mediarono, impartirono ordini contraddittori, temporeggiarono, qualcuno prepar la fuga, visto che da l a poco sarebbe giunto un convoglio di navi dall'Italia, ufficialmente per l'evacuazione di tutti gli effettivi della "Bergamo", in realt per i soli comandanti.
Insomma, ognun per s, Dio per tutti Cos, per indicare agli smarriti soldati italiani la retta via, o perlomeno una via senza insidie, il cappellano militare decise di celebrare una grande messa per tutte le truppe accampate a Split e dintorni. La domenica del 19 settembre4, sui colli di Spinut e Cappuccini, migliaia di uomini si radunarono, confidando nellintercessione divina, per ritrovare un barlume di luce in un presente fatto di grigiore e di incertezza. 
"Venite anche voi maresciallo?" chiese il cappellano gi pronto con i paramenti, incrociando Cordelio sulla lieve ascesa erbosa.
"Questa volta no padre, non sono dello spirito giusto per assistere alla messa" rispose Cordelio con sincerit. Si era svegliato male quella mattina, il cuore oppresso da cupi presentimenti. Un tenente dei bersaglieri, dichiaratamente ateo, con cui era entrato in confidenza in quei giorni caotici, lo aspettava in disparte.
"Vieni Storai, andiamo lass e fumiamoci una sigaretta".
Cordelio segu il tenente su di una piccola balza defilata. I due cominciarono a fumare in silenzio, osservando distrattamente la folla assiepata per la celebrazione. Al momento dell'offertorio, i due uomini udirono un lontano ronzio crescere fino a diventare un rombo di tuono. O di motori. Il tenente e il maresciallo scrutarono inquieti le cenge apparentemente deserte. Poi balzarono in piedi sgomenti, gettando via i mozziconi delle sigarette. Gli "squali del cielo", gli Stukas erano di nuovo l. Uno dopo l'altro, scivolando d'ala con mortale eleganza, si lanciarono in picchiata, sganciando il proprio credo di morte, le Spandau a cantare l' "Ita missa est". Faccia a terra, le braccia strette alla testa, i due attesero che l'aspersione di piombo, di zolle, di spezzoni metallici finisse; che il terribile coro di urlanti picchiate, di esplosioni, di gemiti dei feriti e dei morenti si acquietasse; che l'infernale turibolo dispensatore di fumo, di acre odore di cordite, di violente vampate smettesse di ondeggiare. Quando il sacrilego rito si concluse, le vittime immolate sull'altare del dio della morte, della follia e della distruzione erano circa duecento e pi di cinquecento erano i feriti.
Il disastro italiano in jugoslavia era cominciato.  
E ad accompagnare i soldati italiani lungo la discesa allinferno, fu il demonio in persona - o meglio- la sua divisione corazzata, la "TeufelDivision", e i suoi diavoli volontari inquadrati nella SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen", appartenente alla XV Gebirgs-Armeekorps, di stanza a Cavtat. 
 Indecisione, sbandamento, rassegnazione, sfiducia... In poche ore, il 27 settembre, i tedeschi rastrellarono, disarmarono e presero prigionieri gli effettivi della "Bergamo" ancora acquartierati a Split, compreso il maresciallo Storai e il suo plotone. Con brutalit ed efficienza, truppa e sottufficiali vennero concentrati a Salona, a sei chilometri dal capoluogo, mentre una cinquantina di ufficiali della Divisione, fra cui 3 generali, furono condotti nei boschi di Trilj, abbattuti a raffiche di mitra e seppelliti in anonime fosse comuni che erano stati costretti a scavare loro stessi. 
Rita e i suoi bambini, a Monsummano, ignoravano tutto ci. L da loro si sapeva solo che il 18 settembre era stato esteso a tutta la provincia di Pistoia il coprifuoco dalle 22 alle 5 di mattina: nessuna luce, pena l'arresto e financo la fucilazione. Sei giorni dopo erano state sospese a Monsummano tutte le processioni religiose fino a nuovo avviso. Infine, dal 29 settembre una delibera del Comando dei Carabinieri aveva ribadito la strettissima osservanza delle norme sulloscuramento: non doveva trapelare luce da nessun luogo.
Ma per Rita e Cordelio, loscuramento tetro e annichilente era gi calato.


Note:

1. Si trattava del fucile mitragliatore pi diffuso fra i reparti dell'Armata Rossa e di conseguenza tra le formazioni combattenti equipaggiate dall'URSS durante la Seconda Guerra Mondiale. Il famoso kalashnikov entrer in dotazione solo nel 1947.
2. Bedeschi G., Fronte jugoslavo-balcanico: c'ero anch'io. Mursia, Milano, 1985-1986.
3. Deotto P., Il ruolo dei Carabinieri nel '43. Salvarono l'onore anche nella sconfitta. http://cronologia.leonardo.it/storia/a1943qq.htm.  
4. Il racconto di Cordelio Storai differisce da quanto riportato nel saggio di De Bernart E., Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli Internati Militari Italiani. Mursia, Milano, 1973. Essendo stato Cordelio, a suo tempo, molto preciso e dettagliato nella sua narrazione, ci si  attenuti alla sua versione dei fatti. 


4. Andata.

"in fila per cinque e fiancheggiati da sentinelle armate, siamo condotti in stazione, dove ci aspetta una tradotta stracarica di prigionieri fatti salire prima di noi. Ci sistemano in vagoni merci, veri carri-bestiame, in numero di quaranta e pi per vagone: sembriamo mandrie che vanno al macello! Ci danno un pane e un pezzo di formaggio ogni otto persone e poi viene chiuso completamente il vagone; non abbiamo n aria n luce e riusciamo a vedere fuori attraverso qualche forellino o qualche fessura del carro. Io mi rannicchio quanto pi posso, cercando di stare seduto sul pavimento, ma in uno spazio cos angusto  difficile trovare una giusta posizione; qualcuno trova pi comodo restare in piedi, ma anche in questo modo ci si trova sempre a disagio, cos stretti e pigiati come siamo. Il treno comincia a muoversi lentamente e mi domando con quale diritto i tedeschi deportino nella loro terra uomini inermi;  inutile recriminare: i nazisti non riconoscono i diritti altrui, ma soltanto il diritto del pi forte! Vado, intento, col pensiero alla casa lontana, al mio paese, ai miei familiari che si disperano e trepidano per me. Ho tanto freddo in cuore, sento tanta nostalgia."1 

O ancora:

"Ci caricarono in sessanta per vagone su carri bestiame, e questo eravamo per loro, destinati a contenere ciascuno otto cavalli. Ci stivarono come sardine, ci sdraiavamo a turni, tra le gambe di quelli che rimanevano in piedi, sul letame, senza aria, senza umanit. Durante le brevi soste, ogni dieci giorni le pesanti porte scorrevoli venivano aperte dalle guardie armate per scaricare quelli che erano morti di stenti. Venivano abbandonati cos, come sacchi di rifiuti sulla massicciata, senza una preghiera.  triste come questevento ci portasse sollievo poich approfittavamo di queste soste per scendere dal carro e sgranchirci le gambe e respirare un po daria, fredda ma pulita. Il freddo di quel vagone  uno dei ricordi peggiori di quel viaggio. Il freddo e il puzzo. La nostra toilette consisteva in un secchio che per motivi di spazio tenevamo appeso sopra le nostre teste e potevamo svuotare di rado. A volte, per gli scossoni del treno ci arrivava addosso qualche regalo di quel secchio, ma nessuno ci faceva caso."2

"  A Sarajevo fummo cacciati come bestie in numero di cinquantadue e anche cinquantaquattro per vagone bestiame, chiusi ermeticamente. Ci fu data una pagnotta da dividere fra 52 persone! Per non cedere allo sfinimento e alla mancanza d'aria, per turno eravamo costretti ad affacciarci alla grata del vagone. Non avevamo modo di soddisfare neppure i bisogni corporali. Non difettarono le minacce, i maltrattamenti, le percosse durante il viaggio."3

Queste erano le condizioni di viaggio degli Italienischen Militrinternierten che dalla Jugoslavia venivano internati e smistati nei vari campi di concentramento: Wietzendorf, Sanbostel, Fullen, Krefeld... 
Gi arrivare ai convogli era stata un'impresa. I prigionieri avevano dovuto marciare a lungo, senza cibo, senza acqua e senza riposo se non per pochissimi minuti, per raggiungere le stazioni in cui sostavano i treni destinati al loro trasporto. 

"Ci inserirono nella colonna della suddetta divisione Prinz ugen e ci condussero (se uno fosse fuggito, sarebbero stati uccisi cinque di noi) attraverso i boschi della Bosnia e dell'Erzegovina, disseminati di partigiani, dicendo che dovevamo difenderci (eravamo senza armi) se fossimo stati attaccati. Circa cinque o sei giorni abbiamo impiegato per giungere fino a Mostar, in mezzo a incendi di villaggi, e quasi senza alimenti."4

Ottobre cominci spogliando le fronde degli alberi. Le foglie rosse e oro, s'accartocciavano e si staccavano, portate via dalle prime raffiche di brezza siberiana. Le foglie si staccavano e cadevano, gli uomini non potevano cadere.
Le brevi, secche raffiche di Schmeisser raccontavano il destino di chi, esausto, si lasciava andare sul ciglio della strada fangosa. Senza appello, senza misericordia.  
E' stato gi scritto che Cordelio non era un omone. A voce bassa raccontava di aver pensato pi volte di lasciarsi andare, di farla finita con la tortura di mettere un piede davanti all'altro, e di aver comunicato la propria decisione ai vicini di colonna, perch non inciampassero quando si fosse lasciato cadere, perch non rimanessero coinvolti in quel che sarebbe successo dopo, quando la SS di scorta gli avrebbe abbaiato di rimettersi in piedi, togliendo la sicura al mitra.
 Niente da fare. I ragazzi del suo plotone, tutti giovani sardi dal volto e dal fisico scolpito nella pietra di nuraghe, avvezzi a trottare dietro alle greggi per i pendii della Barbagia e dell Olgiastra fin da piccoli, non lo mollarono: a turno, a due a due, passandosi le sue braccia quasi inerti attorno alle spalle riuscirono a sostenerlo, a sospingerlo . Nei secoli fedeli. Eppure erano gli stessi uomini che qualche mese prima, quando Cordelio si era opposto allo stupro della contadina croata, avevano pensato anche di eliminarlo. Ma era il loro maresciallo e loro i suoi ragazzi.
Come a Dio o a qualsiasi altra divinit piacque, Cordelio e i suoi angeli custodi arrivarono al loro convoglio. 

"Passarono giorni e notti, uguali, di bestemmie, di malumori, di ondate d'ottimismo con esaltazione reciproca a base di La va a pochi; di tetraggine cupa, perch cinquantasei uomini in venti metri quadrati si sovrappongono fisicamente e per quanto si sforzino, e non tutti, di essere educati, si danno molto fastidio. (...)
    Nell'interno del vagone chi aveva mangiava e gli altri lo guardavano. Ancora si vide che esisteva l'amicizia: qualche pezzo di quel raro pane fu dato all'amico senza corrispettivo.
    Il tempo era molto variabile, dopo la grande monotonia dell'estate: pioveva e rasserenava su quella campagna variamente coltivata che i prigionieri vedevano di sfuggita da un unico spiraglio del vagone.
    Nella grande e fumosa stazione di Bosanski Brod, la sera dell'8 ottobre, si cambi treno: cominciava di l la linea a scartamento normale e il vagone era un poco pi grande.
    Non erano pi i turkestani a far la guardia, ma i tedeschi delle SS. Essi non permettevano che si uscisse: aprivano un momento per dare sei pagnotte e tre scatole di carne, poi chiudevano e sprangavano da fuori."5

Zagreb, Lubijana, Villach, Salzburg... Il treno avanzava a singhiozzo, con lunghe, inspiegabili soste, rollanti corse attraverso la grigia campagna autunnale, improvvise, stridenti frenate per azionare uno scambio ed imboccare una tratta secondaria. Il convoglio percorreva il suo ignoto itinerario, con l'orario dettato dal transito di altri convogli militari e dagli allarmi aerei. Un tempo che non passava mai, una filogenesi a ritroso verso la bestialit. C' da meravigliarsi su come abbiano fatto tutte quelle persone a non perdere il senno. Istinto di sopravvivenza, speranza inconscia in qualche evento fortuito o miracoloso, inconfessabile curiosit sul proprio destino... chi pu dirlo? O forse, semplicemente, morire era pi complicato del rimanere passivamente vivi. 
Munchen, Stuttgart, Mannheim, Frankfurt, Koln, Duisburg...

"ci troviamo gi in Germania: Dio mio, come mi sembra diversa questa terra! Il cielo, il clima, l'aria, tutte le cose qui assumono un colore scuro e ferrigno! (...)
Nessuno parla, ognuno  immerso nei propri pensieri; solo di tanto in tanto si sente qualche gemito, qualche lamento, qualche rampogna, mentre la tradotta sbuffa e continua a fuggire senza sosta: il viaggio sembra non aver fine. E' notte, ormai, e vorrei assopirmi, ma mi riesce difficile; i lumi sui piloni lungo la strada ferrata mi abbagliano gli occhi: tutti gli oggetti, le cose che vedo, la stessa ferrovia, i mucchi di carbone, i rottami di ferro sparsi per terra, mi appaiono cupi ed irreali: sto forse sognando? Contemplando me stesso, per, i miei compagni che sento respirare, gemere, imprecare, mi accorgo che tutto ci che accade sotto i miei stessi sensi, non  sogno, ma cruda realt! Albeggia, un'altra notte di viaggio  passata;(...) 
ora il treno tende a rallentare, forse sta per entrare in stazione ( tante ne abbiamo attraversate di piccole e di grandi): la tradotta, infatti, si ferma: ci fanno scendere e: Alles aussteigen, raus, fur funf, fur funf! - gridano le sentinelle - Ci ordiniamo in fila per cinque, ci contano, ci ricontano e poi in marcia"6 

L'inumano viaggio in treno  o meglio, il trasporto -  di Cordelio e dei suoi compagni arriv a destinazione, in un modo o nell'altro. Ma mentre devastati attraversavano la devastata Europa, qualcosa era mutato. Il 13 ottobre 1943, in maniera quasi grottesca7, venne consegnata a Madrid la dichiarazione di guerra dell'Italia - di quel poco che ne rimaneva - alla Germania. Al di l del proclama, farsesco e patetico nella sua drammaticit intrinseca, la dichiarazione di guerra scioglieva finalmente un ultimo equivoco, di cui il pernicioso Badoglio e Sua Bassezza Reale sembravano non aver tenuto in debita considerazione: con l'armistizio dell'8 settembre, l'Italia aveva abbandonato de facto l'abominevole alleanza con i nazisti, ma non de jure. I soldati italiani non aderenti alla RSI, a rigore giuridico, per ben 35 giorni, erano stati disertori, traditori, franchi tiratori, nemici con le divise di un esercito alleato, punibili dal codice di guerra anche con la fucilazione immediata. Insomma, c'era quasi da essere riconoscenti ai nazisti per non averlo applicato in ogni occasione. 
Sempre a rigore, i militari catturati avrebbero dovuto mutare il proprio status da internati a prigionieri di guerra, con le garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra. Ma si sa, contro la forza la ragion non vale e al Reich la questione giuridica non importava n poco, n punto, e lo status dei seicentomila internati italiani rimase lo stesso: miserabile.

"Egli pensa che, questa notte, nel Lager nessuno guarder il cielo del nuovo anno: pensa ai compagni che non sono tornati, ma che un giorno ritrover.
  Sulle strade ferrate corre silenzioso un treno fantasma.  un treno che ha girato per tutte le strade ferrate di Germania, di Polonia, di Russia, di Jugoslavia e ha fatto sosta a tutti i campi di concentramento, ed  un convoglio che non finisce mai perch  il treno che porta le anime dei morti in prigionia. Ora corre per le strade ferrate d'Italia e si ferma soltanto quando c' da caricare l'anima di un ex-prigioniero. E quando, fra cinquanta o sessant'anni, avr caricato le anime di tutti i reduci, prender l'aereo binario che porta dove Dio vuole, e nessuno in terra lo vedr pi.
  Egli sa che un giorno il treno fantasma si fermer alla stazione del suo paese, e anche lui salir e ritrover cos i compagni perduti.
  E, nell'attesa, si consola di ogni anno che passa".8


Note

1. De Bernart E., op. cit.
2. Fisicaro G. (a cura di Fisicaro S. e Galioto L.), Da Ferla a Krefeld. La guerra di un contadino siciliano (1941-45). Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Messina, 2002. 
3. Bedeschi G., op. cit.
4. Bedeschi G., op. cit.
5. De Bernart E., op. cit.
6. De Bernart E., op. cit.
7. L'ambasciatore italiano a Madrid, Giacomo Paolucci di Calboli, ricevette l'incombenza della consegna. Dopo vari tentativi falliti di ottenere un incontro con l'ambasciatore tedesco, Paolucci incaric un segretario di recapitare la missiva. Questi la consegn al componente della legazione tedesca che gli apr la porta, andandosene immediatamente senza ulteriori spiegazioni. Quando l'impiegato tedesco comprese il contenuto della lettera che gli era stata consegnata, insegu l'italiano, obbligandolo a riprendersi la nota. Ma a quel punto l'ambasciatore Paolucci sentenzi che se i tedeschi si erano dati la pena di respingere la nota, significava che l'avevano ben letta e che tanto bastava a ritenerla notificata secondo il diritto internazionale.
8. Guareschi G., Diario clandestino (1943-1945). Rizzoli, Milano, 17 ediz. 1972.


5. Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld I.1
Inizio documento
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, senza data.
(cartolina prestampata indicante matricola e lager di internamento).
Kriegsgefangenen Sendung
Envoi du P.G.
Letters from P.O.W.
Egregia Signora Storai Rita, via Grotta Giusti Monsummano Pistoia Italia
Ich befinde mich in Deutscher Kriegsgefangenschafit
Je suis Prissonier de guerre en Allemagne
I am prisoner of war in Germany
Ich bin gesund 
Je suis bien portant
I am in good health. 
Meine Anschrift (Zustellungsort):
Voici mon adresse:
My address:
Kriegsgefangener nr. 
P.O.G
P.O.W.
82471
Vorname
Prenom
Christian name
Storai
Ziname
Nom de famille
Surname
Cordelio
Postendungen honeAngabe der Kriegsgefangener einenumer ge.. als unzustelibar zuruch. 
Courrier sans indication du numero du P.G. ser return
Letters and parcels not bearing the number of the prisoner will be rejected  
Fine documento.

"Ci muoviamo scortati da soldati e gendarmi: Per prima imbocchiamo una stradetta fiancheggiata da case basse e sparse: una donna esce da una porta con in braccio una cesta piena di mele: mossa a piet vorrebbe offrirci un po' di frutta, ma una guardia la ributta indietro dicendo: " Verboten!" e la donna si ritira. Continuando la marcia, imbocchiamo un'altra strada assai pi larga della precedente, ai margini della quale fanno bella mostra di s grosse piante cariche di mele: molta frutta  sparsa per terra e la nostra gola fa il saliscendi: vorremmo tanto azzannarla e divorarla! Quelli che sono pi avanti si piegano per afferrare quante pi mele possono, ma le minacce e i calci della scorta, li ferma:  il supplizio di Tantalo; quelle belle mele si guardano, ma non si toccano! Ora la strada tende a salire e scorgiamo in lontananza palazzi e case diroccate e tante, tante fabbriche con le ciminiere sconquassate. Pare si tratti di Wuppertal, nota citt industriale della Renania:  veramente ridotta male! Gli Alleati hanno bombardato sodo in questa zona! Adesso la strada si fa pi ripida e la marcia diventa pi dura, ma dovrebbe essere ancora per poco, perch siamo in vista del lager. Che bello! - esclama uno quando arriviamo nei pressi delle baracche. Guarda, guarda - dice un altro - che splendidi alloggiamenti ci hanno preparato! Si fa dell'ironia, per non sentirsi annullati, per non soccombere, per tenerci su col morale. Ed eccole le nostre belle baracchie, nuove di zecca, fredde, buie, recintate di filo spinato: ne varchiamo la soglia e lo stridio sinistro del grosso cancello che si chiude dietro gli ultimi entrati, mi porta a pensare ai cancelli delle antiche tombe! Che desolazione, quanta tristezza! Addio libert! La voce rude di una guardia ci accoglie insultandoci e gridando: Verrater italianer, badogli! Sprizza odio da ogni lato e ci spinge di qua e di l, avanti e indietro, da una parte all' altra della baracca, inseguendoci all' impazzata; mi sembra una corrida! A qualcuno scappa una rampogna, a qualche altro vien da ridere, ma  un riso amaro. Finalmente, dopo che la guardia si  sfogata abbastanza, ci lascia stare e cos possiamo rilassarci un po'.
28 settembre 1943. Da oggi sono stato destinato col n di matricola 67712 al lager 1639, Stammlager VIJ Krefeld-Fichtenhein, sito alla periferia di Wuppertal. Altri lager che ospitano anch'essi prigionieri italiani, sono disseminati in questa citt della Germania dell'Ovest. Wuppertal  un importante centro industriale del bacino della Ruhr e confina con quel gruppo di citt, quali Essen, Dortmund, Solingen, Bocchum ecc., dove  concentrata la massima ricchezza mineraria della Germania. Wuppertal si allunga per circa 16 chilometri sulla sponda del fiume Wupper, affluente del Reno ed  nota per la famosa ferrovia sospesa che si snoda lungo tutto il percorso del fiume. E' circondata di boschi di conifere pi che aree coltivate e possiede industrie chimiche, farmaceutiche, della gamma del vetro. E' dotata di impianti tessili, lanieri, di fibre artificiali, di articoli di abbigliamento, di fabbriche di automobili ecc. Non mancano in questa citt bei palazzi e pubblici edifici, per quanto buona parte di essi sia andata distrutta dai bombardamenti aerei. Le baracche dove siamo rinchiusi, in numero di trecento italiani, sono circondate di filo spinato a doppio spessore al quale  severamente proibito avvicinarsi: ogni baracca ha un certo numero di stube, in ognuna delle quali sono sistemate dalle venti alle trenta persone. Un grosso cancello di ferro e legno chiude il tutto e al suo lato si erge una torretta dalla quale sorveglia una sentinella armata di mitragliatrice; internamente ed esternamente al campo girano guardie armate. Il comandante del lager  un maresciallo della Wehrmacht coadiuvato da sette militari e tre guardie delle SS., per il turno di vigilanza ai prigionieri. Fra noi  stato scelto un capo baracca e un interprete che conosce molto bene la lingua tedesca. Si dorme su castelli letto a due posti, dotati di un pagliericcio e una coperta e questo costituisce l'unico dato positivo in confronto alle baracche di Lathen, dove si dormiva sui nudi castelli, senza coperta e senza pagliericcio. Il pavimento  formato da semplice terra battuta e la travatura del tetto, poggia su muretti piuttosto bassi. La luce entra per mezzo di due finestre poste l'una sul davanti vicino all'entrata e l'altra in fondo, dove si trovano le latrine: in effetti solo le due estremit della baracca hanno un po' di luce, mentre la parte centrale  sempre avvolta nell' oscurit. Per poter consumare il rancio ci hanno distribuita una gamella di cartapesta di colore marrone-chiaro e quando mangiamo ci serviamo del nostro cucchiaio di alluminio, che teniamo nel taschino della giubba, sempre a portata di mano. Il pasto consiste in una zuppa di rape lesse, con scarso o niente condimento ed  raro trovare nella broda qualche pezzettino di patata: solo la sera, insieme alla zuppa, ci passano un pezzo di pane nero che varia pi o meno dai 200 ai 300 grammi di peso; come companatico abbiamo uno o due cucchiaini di margarina o marmellata. Per ora passiamo i nostri giorni rinchiusi nella baracca e siamo sottoposti a perquisizioni continue: ci palpano dalla testa ai piedi; guardano dappertutto: nello zaino, nel pagliericcio, nelle tasche: Intanto corre voce che ci faranno lavorare in fabbrica: si dice che saranno formate due squadre di 150 prigionieri ciascuna, di cui una dovr lavorare all' esterno e l'altra all'interno. Cos i tedeschi hanno tutto calcolato: i loro giovani penseranno a fare la guerra e le centinaia di migliaia di prigionieri lavoreranno per il terzo Reich, porteranno avanti le fabbriche e le officine, affinch sia assicurata la produzione.
Siamo stati radunati per essere assegnati ed avviati al lavoro. Si  trattato della nostra prima adunata e il maresciallo tedesco, comandante del campo, ha creduto opportuno farci un discorsetto per mezzo dell'interprete. Egli ha esordito dicendo che noi qui dobbiamo considerarci delle reclute; che siamo obbligati a lavorare e che dobbiamo obbedire ed eseguire gli ordini che ci vengono impartiti. Continuando a parlare, ha aggiunto che il prigioniero ribelle o indisciplinato corre il rischio di essere inviato nei campi di punizione e che nei casi pi gravi, come tentativi di fuga, sabotaggi, ruberie ecc., pu persino essere passato per le armi. Terminato il discorso con queste agghiaccianti parole, i tedeschi ci hanno guardato ben bene le mani, per rendersi conto a quale genere di lavoro ciascuno di noi era pi adatto. Chi aveva le mani delicate era destinato ai lavori pi leggeri; coloro, invece, che avevano le mani forti e ruvide, erano adibiti a lavori pi pesanti."2 

E' l'arrivo al campo di Fichtenhain-Krefeld tratto dalle "Riflessioni" di Angelino Petraglia. Il brano fornisce anche una semplice ma efficace descrizione del campo stesso. Questo dunque lo scenario in cui si ritrov Cordelio, tre settimane, forse un mese pi tardi, come suggerito dal progredire del numero di matricola. Pi o meno nei giorni in cui Cordelio raggiungeva il campo di internamento, nella notte fra il 24 e il 25 ottobre 1943 - oscuramento o non oscuramento - quarantasei Wellington inglesi bombardarono Pistoia, provocando 160 vittime e pi di 260 feriti, rendendo inabitabili ottocento fabbricati. 
Si pu provare ad immaginare il rincorrersi delle emozioni di Rita: la cartolina da Krefeld, con la comunicazione dell'internamento del marito  non importava se nome e cognome erano stati invertiti, limportante era che fosse vivo - e le notizie sulla strage causata dal bombardamento di Pistoia. Poi la quotidianit, la tessera annonaria, la sirena degli allarmi aerei, i bambini piccoli... 
Nella seconda decade di novembre allo Stammlager VIJ arrivarono altri due italiani. Non erano prigionieri: apparivano lindi e ben nutriti, indossavano stivaloni neri, un pesante e caldo pastrano nero e il fez. Davanti ai prigionieri smunti e infreddoliti, allineati come un esercito di straccioni, annunciarono la chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana: chiunque avesse aderito e avesse acconsentito a continuare la guerra a fianco del glorioso Terzo Reich, sarebbe stato nutrito, rivestito e sarebbe ripartito immediatamente per l'Italia, dove sarebbe stato reintegrato nei ranghi del ricostituito esercito repubblichino.3 Fra i prigionieri, qualcuno si mosse nervoso, ma nessuno fece un passo avanti.
I due emissari fascisti guardarono la massa cenciosa con un misto di aspettativa delusa, commiserazione e disprezzo. Uno dei due si accese ostentatamente una sigaretta e prese a sbuffare ampi cerchi di fumo nell'aria gelida. Passarono i minuti e non successe nulla.
Alla fine i due si alzarono dal tavolo dietro a cui si erano seduti. Dissero che si sarebbero trattenuti ancora per un'ora nella baracca del comandante del campo. Se qualcuno intendeva aderire alla loro proposta, doveva solo farsi accompagnare l dal piantone.
Forse qualcuno si fece accompagnare alla baracca del comandante del campo: due, forse tre su diverse migliaia. Cordelio no di sicuro. Anzi, non  difficile immaginare il moto di orgoglio che pervase lui e tutti gli altri renitenti almeno per un minuto, cancellando sofferenza e umiliazione e restituendo un po' di dignit, merce ancora indispensabile, per quanto costosa e priva di utilit pratica nella vita del campo.
Non fu la sola forzatura tentata nei confronti degli internati italiani dello Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, come testimonia il passo seguente:  
  
"Ci riunirono, dicevo, in questo vasto piazzale, in un gruppetto spaurito e infreddolito. Ci portano via dicevano alcuni. No, adesso ci fucilano. Ma va, che senso avrebbe? Noi lavoriamo per loro e via supponendo. Man mano dei civili incuriositi si avvicinavano alla recinzione a guardare con espressioni di piet quel gruppetto di disperati. I loro nemici.
   Ad un certo punto da una baracca vicino uscirono di corsa tre soldati tedeschi che portavano una mitragliatrice, un MG 44, la sega di Hitler, cos seppi che la chiamavano gli americani. Piazzarono a trenta metri da noi quel terribile aggeggio sul suo treppiede e rimasero nellattesa dordini.
Non credevamo ai nostri occhi, volevano eliminarci, ma perch? Eravamo pi utili da vivi che da morti.
   Un ufficiale delle SS usc dalla stessa baracca e venne verso di noi.
   In un italiano stentato ma comprensibile ci spieg che se non avessimo firmato ognuno un modulo nel quale ci dichiaravamo loro alleati e lavoratori volontari saremmo stati subito eliminati.
   Provai un sollievo istantaneo che con la stessa velocit si trasform in rabbia. Non solo dovevamo lavorare a produrre strumenti di morte per altri soldati come noi, per giunta dovevamo dichiarare che lo facevamo di nostra volont. Mi guardai attorno e dagli occhi dei miei compagni capii che gli stessi miei pensieri erano anche i loro. Ci rifiutammo in blocco.
   Il tenente annu e con un fare che mostrava che non era certo la prima volta che gestiva esecuzioni di massa del genere, si avvicin a parlare con gli uomini alla mitragliatrice che iniziarono ad armeggiare per inserire un nastro di proiettili nellarma.
   In quel momento accadde un altro della lunga serie di miracoli che hanno fatto s che io sia ancora qui a raccontare questa storia.
   I civili tedeschi che si erano raggruppati fuori dalle recinzioni, compreso ci che stava per accadere, iniziarono a rumoreggiare e a levare alte grida: Nein! Nein! Lasciateli stare! Non uccideteli!
   Al che il tenente, non sapendo che pesci pigliare, non si sarebbe mai aspettato una cosa del genere, ordin ai soldati di ritirarsi e scortarci di nuovo nei cameroni di legno che erano i nostri alloggi.
   Io e molti altri avevamo le lacrime agli occhi per la gratitudine, per lamore che cera stato dimostrato da quella gente. "Il nemico, Dio li benedica."4

Gi, i civili tedeschila prova vivente di quanto possano essere erronee le generalizzazioni. Forse la maggioranza poteva essere crucca e nazista, ma molti si comportarono da persone con un cuore. Ovviamente esistevano severe disposizioni per evitare ogni sostegno ai prigionieri. Vengono in mente il cartello E severamente vietato dare da mangiare agli animali che si pu ancora vedere nei giardini zoologici oppure il monito  cattivo e immotivato per lingenua logica dei bambini - del ranger del parco di Yellowstone, nei cartoons di Yoghi e Bubu. Invece i buoni cittadini di Krefeld, quando potevano, davano da mangiare a quegli esseri viventi rinchiusi tra i reticolati. Mele e patate soprattutto, lanciate con destrezza oltre il filo spinato. Non solo. Spesso le massaie lasciavano nei bidoni della spazzatura grossi tocchi di pane e molto pi degli avanzi dei loro pasti: manna per le squadre di lavoro di ritorno al campo; biondi ragazzini attirati da stellette ancora lucide o da mostrine particolarmente colorate, erano disposti ad accettarle in contropartita di sigarette o cibo. Degradante? Forse, ma la fame era peggio. Esistono resoconti5 di procedimenti giuridico-amministrativi nei confronti di cittadini tedeschi troppo solidali o troppo amanti del collezionismo e di severe e formali rampogne ai comandanti del campo di Krefeld-Fichtenhaim perch troppo permissivi. Esistono, per, anche resoconti di pestaggi feroci operati da sorveglianti e caposquadra tedeschi ai danni di internati italiani sorpresi a rubare cibo durante il lavoro fuori dal campo. Perch molti potevano comportarsi da persone con un cuore, ma esisteva sempre la parte crucca e nazista.

Era dicembre inoltrato a Monsummano. L'amministrazione fascista faceva il possibile per fronteggiare gli eventi bellici, mentre le forze di occupazione tedesche ultimavano lacquartieramento in paese.6 I sempre pi frequenti allarmi aerei e gli avvistamenti di ricognitori talvolta non identificati indussero le autorit ad approntare dei "posti di soccorso" per la sollecita cura dei feriti, in caso di incursione aerea: a Monsummano-centro, l'ambulatorio del Dottor. Mario Mariotti, a Montevettolini, l'ambulatorio del Dott. Augusto Cappelli e nella frazione di Cintolese, l'ambulatorio del Dottor Salvatore Giovannelli.
Abitazioni private, alberghi e fabbricati industriali vennero confiscati dalle truppe occupanti, anche se venne concordato e deliberato un ipotetico indennizzo. Fra gli edifici oggetto di confisca, ci fu anche l'abitazione di Pasquale Cecchi, padre di Rita, che era diventata anche la casa di residenza di Cordelio dopo il matrimonio. Lampia corte interna e i locali immediatamente attigui, furono adibiti a rimessa degli autoveicoli tedeschi. Venne confiscato anche lo scopificio di Quinto Storai, fratello di Cordelio.
Insomma, la guerra stava esigendo molto dalla famiglia Storai, anche in termini puramente economici.
Arriv e pass il Natale del '43. Non poteva essere un Natale di gioia e di serenit, n per chi era prigioniero, n per chi si trovava a casa, nella pi assoluta incertezza.
Ma due giorni dopo Natale, un doloroso, graditissimo dono venne offerto ai prigionieri del lager: la distribuzione delle cartoline prestampate per poter scrivere a casa. Qualche riga ai familiari in angosciosa attesa di notizie. Furono momenti di indicibile conforto e di altrettanto indicibile tormento per gli internati: tormento, immaginando occhi amati riempirsi di lacrime, leggendo le poche parole vergate col lapis; il tormento e la necessit di richiedere e fornire, con quelle poche parole, notizie su un universo aberrante e sovvertito, celando al contempo la sofferenza da esso generata; infine, l'esigenza di trasmettere amore, forza e speranza in un futuro diverso, il tutto evitando gli impietosi artigli della censura.  
Il testo della prima cartolina dalla Germania di Cordelio, fu il seguente:

inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 27.12.1943. 
(cartolina su modulo da Cordelio per Rita).
Lager: 1913J
"mia cara Rita, fai il possibile di stare contenta. Ti assicuro di stare bene. Te e i nostri piccoli vivete nel mio cuore come non mai. Vi penso molto. Attilio dove si trova? Saluti affettuosi ai tuoi cari. Ti abbraccio unitamente a Marzio e Fabrizio."
Fine cartolina.

Note:

1. Fichtenhain bei Krefeld, StalagM.-Stammlager VIJ fu un campo di concentramento e di lavoro funzionante dal febbraio 1941 al settembre ottobre 1944. Era situato a sud di Krefeld, nella regione del Nord Reno Westfalia. In questo campo erano detenuti, oltre agli internati militari italiani, anche prigionieri di guerra francesi (cfr. Storai T., Kriegsgefangener n. 82471: Maresciallo d'Alloggio dei RR. CC. Storai Cordelio: breve ricostruzione di un internamento. Istituto storico della Resistenza e dell'et contemporanea in provincia di Pistoia, Pistoia, XVIII n.1 gennaio-aprile,2017: 47-55). 
2. Petraglia A., Riflessioni sulla Seconda Guerra Mondiale e ricordi di prigionia. Salerno 1985, http:\\www.archiviodistatosalerno.beniculturali.it
3. La prima chiamata alle armi della RSI da Sal risale al 9.11.1943. La chiamata si diffuse anche nei lager. Cfr. Avagliano M., Palmieri M., Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai Lager nazisti 19431945. Einaudi, Torino, 2009.
4. Fisicaro G. (a cura di Fisicaro S. e Galioto L.), op. cit. 
5. Hammermann G., Gli Internati Militari Italiani in Germania (1943-1945). Il Mulino, Bologna, 2004.
6. "un carteggio rileva il sistema coinvolgente diversi abitanti, ai quali furono espropriati locali in cambio di eventuali somme di denaro. Per gli alloggi forniti ai tedeschi furono indennizzati: Anninza Rafanelli, Albergo Aquila doro, Maria Lupi, Albergo La Rotonda, Guido Cioni, Don Elio Mazzoncini, Comm. Avv. Giacinto Lastrucci, Albergo del Bagno, Rag. Florestano Billi. Altri locali furono adibiti a uffici, magazzini o a uso Feld Post: Alfredo Stinchetti, Cesare Boneschi, Quinto Storai, Gina Babbini Giusti. In un singolo caso, quello di Pasquale Cecchi, il motivo fu: per rimessa veicoli ed altro, per danni e consumo di energia elettrica; praticamente tre degli alberghi presenti in citt furono requisiti. Il totale di questi risarcimenti fu di 15372,65 lire e il 28 dicembre arriv lavviso di pagamento da corrispondere ai fornitori degli alloggi. La cifra finale stabilita era leggermente inferiore, corrispondente a 12372,65 lire, perch venne diminuita la quota assegnata allAlbergo del Bagno e a Quinto Storai, proprietario di uno scopificio". Da: Grasso M., Guerra in Valdinievole. Monsummano dall'occupazione tedesca alla liberazione, 1943-1944. Tesi di laurea, Firenze, 2013.


6. Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld II.

A Monsummano, il nuovo anno si apr senza ragione alcuna per festeggiarlo. In paese, i tedeschi spadroneggiavano, a sud, ancora troppo a sud, gli Alleati cozzavano sanguinosamente contro lo sbarramento di ferro e di fuoco della linea Gustav, a Cassino. La popolazione faceva del proprio meglio per sopravvivere, l'agonizzante regime, pure. Tutto doveva continuare con apparente normalit. Ad esempio, il 5 gennaio vennero chiusi a Montevettolini gli oleifici dei fratelli Dami e di Carolina Tonini, perch il fabbisogno di olio per la popolazione era gi stato assicurato: andava tutto bene, madama la marchesa
Cos, con la teatralit tipica delle manifestazioni fasciste, fondali senza spessore, finte come le citt western dei set cinematografici, il 12 gennaio venne organizzata presso il Teatro Giusti una grande adunata. 
Una pioggia fitta, sghemba e gelata si rovesciava dal cielo imbronciato, ma i fiori pi belli del Fascio Femminile Repubblicano indossarono - per forza o per amore - le divise tirate a lucido. Circondato da quel gineceo di fascino marziale, un impettito Italo Giampieri - ultimo podest monsummanese - si prodig negli onori di casa, davanti al compiaciuto Commissario provinciale del Fascio Lorenzoni e del capitano Venturini, fascista della primissima ora e ospite donore della serata. A quest'ultimo venne lasciata la parola, per un'apologetica rievocazione delle conquiste fasciste in campo sociale, con laltissimo livello di benessere raggiunto dal popolo, e in campo internazionale, con la conquista dell'impero. Il vecchio camerata declamava appassionato, mentre la nappina del fez gli ballonzolava comicamente sul viso grinzoso. Esecr il tradimento del 25 luglio, il proditorio arresto del beneamato duce, elogi le giovani donne che gli facevano ala, soffermandosi sullimportanza del loro ruolo di angeli del focolare e di fattrici di piccoli balilla - tanto, vecchio bavoso, nessuna te l'avrebbe data...  infine, lanci il cuore  - e forse la prostata - oltre l'ostacolo, concludendo la concione con l'apoteosi sulla saldezza delle masse fasciste, che non avevano ceduto e che non avrebbero ceduto, fino all'insediamento dell'Italia nel consesso delle Grandi Potenze. Un roboante saluto al Duce concluse la fiera e italica adunata.
Fuori, tra le spire di nebbia che inghiottivano le schiene ingobbite e frettolose, la pioggia fitta, sghemba e gelata, stemperava la retorica del nulla, riversandola in rivoli e cascatelle nei fossi e nelle gore. 
Quella che a Monsummano era pioggia a Fichtenhain Krefeld era neve.
Falde larghe e pesanti vorticavano nell'aria lattiginosa, tra le baracche e i reticolati. E sui prigionieri schierati nello spiazzo da ore. Capitava tutte le volte che un ufficiale delle SS si presentava per un'ispezione al campo. Dalla torretta di guardia, riscaldata da un bel braciere a carbone, l'ufficiale con i guanti e il bavero di pelliccia osservava impassibile nello sfarfallio della neve le file degli italiani, i cui zoccoli sparivano pian piano sotto la coltre bianca.   
Eins. Zwei. Drei. Vier. Fnf... Due soldati tedeschi, partendo dagli estremi percorrevano lo schieramento, contando i prigionieri tremanti nella nevicata di gennaio. I due soldati si incontravano al centro della fila di mezzo. Confabulavano brevemente. I conti non tornavano. 
Un rapido rapporto all'ufficiale, un ordine secco e un drappello di soldati con una mitragliatrice si materializzava nel vorticare della neve . Dieci prigionieri scelti a caso, a spintoni e col calcio del fucile, venivano posizionati davanti ai mirini bruniti. Lo scatto ovattato dell'otturatore all'inserimento del nastro di munizioni, rendeva la scena ancora pi irreale. Quanto rumore fa la neve quando cade?
Un altro ordine secco dell'ufficiale. Un nuovo conteggio. 
Eins. Zwei. Drei. Vier. Fnf... Se in precedenza, il tocco sulla spalla del prigioniero era stato veloce e solo accennato, ora il colpo era violento: anche le SS erano stufe di quella pantomima. 
I minuti passavano, interminabili e angosciosi. I dieci davanti alla canna crudele della mitragliatrice, pregavano, gli altri in fila, prendevano il colpo sulla spalla e tremavano.
Un nuovo incontro al centro dello spiazzo. Un nuovo conciliabolo, ma questa volta i conti tornavano: non c'era nessun evaso. E come diavolo avrebbe potuto essercene uno, senza vestiti, senza documenti, senza mezzi, in una terra ostile, quasi ai confini con l'Olanda in pieno inverno? 
I dieci prescelti con le lacrime congelate sulle guance, capi di bestiame scampati alla macellazione, venivano ricondotti alla mandria, che poteva rientrare alla stalla.
Falde larghe e pesanti danzavano nell'aria lattiginosa, fra le baracche ed i reticolati, fino ad abbattersi sullo spiazzo pesticciato e deserto.

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 28.1.1944. 
(cartolina su modulo da Cordelio per Rita). 
"mia cara Rita,  gi la terza volta che ti invio un mio scritto. Finora nessuna risposta. Io sto bene e cos voglio sperare di voi tutti. Tu e i piccoli vivete nel mio cuore. Penso ai giorni tristi che avrai trascorso! Attilio!? Ti abbraccio unitamente ai nostri piccoli. Tuo aff.mo Cordelio."
Fine cartolina.

Inizio cartolina:
Monsummano, 4.2.1944. 
(cartolina su modulo da Rita per Cordelio).
"mio caro Cordelio,  indescrivibile la gioia che mi ha dato un tuo caro scritto, ricevuto fino all'altra prima cartolina.
Stai contento. Noi si sta tutti bene e siamo felici che tu pure stai bene. Augurando che sia nell'avvenire. Ti penso come mai, eILLEGGIBILE. Attilio si trova come teILLEGGIBILE 69333C lager 15231. Baci e abbracci Rita."
Fine cartolina.   

Finalmente! Una cartolina dall'Italia, una cartolina da Rita! Anche la detenzione in un campo di concentramento poteva essere sopportabile. Rita stava bene, tutti stavano bene, suo fratello Attilio era prigioniero ma era vivo.
Resistere! Questo era lo spirito per sopravvivere. Forse fu questa nuova consapevolezza a permettere a Cordelio di affrontare la seconda calata degli emissari della RSI, pi pressante - pi disperata -. Non fu un appello generico: i prigionieri vennero chiamati uno per uno, blanditi, minacciati, imboniti.
"Ho giurato fedelt al Re e all'Arma, non a Mussolini. Ed io ho un solo giuramento."2
Ogni volta che Cordelio ricordava questa risposta, i suoi occhi si accendevano di rinnovato orgoglio. A chi scrive, invece, si accendono solo un sacco di domande confuse: avrebbe avuto egli la stessa ricchezza morale del maresciallo Storai? E chi legge? L'onore  ancora un valore importante ai giorni nostri? Un Re che non aveva impedito la marcia su Roma, che aveva avallato ogni scempio fascista - guerra compresa - e che, vista la mala parata, si era dato bellamente alla fuga, lasciando Paese e esercito allo sbando, era meritevole del sacrificio e della fedelt dei sudditi, militari o civili che fossero? Quali giustificazioni storiche o pseudostoriche possono controbilanciare le sofferenze degli internati militari italiani, senza scivolare nel peloso e patetico revisionismo? L'Italia di oggi  all'altezza dei suoi figli - i figli legittimi non i bastardi - di ieri? Quanti sono, davvero, questi figli legittimi? I figli dellodierna Italia possono considerarsi migliori di quelli di ieri? E se fosse ancora possibile domandarlo - resistenti di allora, di tutte le forme  avendo vissuto ci che avete vissuto e sapendo quello che sapete oggi, avreste onorato il vostro giuramento di fedelt al Re, all'Arma, alla vostra fede religiosa, al vostro credo politico, al vostro onore, al vostro senso del giusto? Quanti anni devono passare per meritare il vostro perdono? Oppure stiamo solo aspettando che tutti i portatori di memoria scompaiano, per relegarvi - finalmente - nei libri di storia, insieme a Giulio Cesare e a Cristoforo Colombo, grandi personaggi di cui abbiamo sentito parlare ma di cui non ci importa pi assolutamente nulla? D'altra parte gli errori della Storia ci insegnano solo a sbagliare in modo pi sofisticato.

La vita quotidiana a Monsummano, paese occupato e con prospettive molto incerte, si faceva sempre pi dura e complicata. Il 17 febbraio 1944, circa cinque mesi dopo la sospensione delle processioni religiose, venne imposta anche la cessazione del mercato settimanale a causa dei ripetuti allarmi aerei.3 Una settimana dopo, venne arrestato il mezzadro Fagni della "Pineta, per la macellazione abusiva di un vitellino da latte. Com'era facile precipitare nella disperazione. Lo testimonia anche la seguente cartolina di Rita, apparentemente contraddittoria. Santiddio, come si fa ad esprimere la gioia per larrivo di notizie dal marito prigioniero e al contempo, descrivere in poche righe le enormi difficolt di vita di una madre con due bimbi piccoli, la casa occupata da forze brutali ed oppressive, il costante pericolo di essere bombardati da coloro che ti dovrebbero liberare, il cibo scarso... 

Inizio cartolina:
Monsummano, 4.3.1944. 
(cartolina su modulo da Rita per Cordelio.)
Al mio caro Cordelio, con emozionante gioia e tanto conforto ho ricevuto la tua terza. Molto spiacente che non ti siano giunte nostre notizie. Ti ho scritto molte volte. Vivo giorni molto tristi e ti penso e vivi continuamente nel mio cuore come non mai. Pure Marzio e Fabrizio ti ricordano sempre e ti mandano tanti bacini. Qui tutti bene e felici che cos sia di te e Attilio e pure cost. RIGA ILLEGGIBILE. Stai contento. Sempre la tua aff.ma Rita.
Fine cartolina.

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld,9.4.1944.
(Due cartoline da Cordelio per Rita. Ad eccezione dei nomi, vergati a mano, il resto  prestampato).
Carissima Rita a datare dall'arrivo della presente mi  proibito ricevere lettere o cartoline che non siano quelle distribuite dal comando tedesco agli internati militari italiani. Per cui se volete che la vostra corrispondenza mi pervenga, scrivetemi la risposta sui moduli allegati. Inoltre vi prego di scrivere chiaramente e soltanto sulle righe per rendere pi sollecito il recapito. Ti abbraccio affettuosamente tuo Cordelio.
Fine cartolina.

La censura tedesca non ammetteva storie!
Indirettamente,  possibile recuperare notizie anche di Attilio, laltro componente internato della famiglia Storai, grazie proprio ad un aggiramento della censura nazista:

"18.4.1944 Mannheim-Kolmar
(...)    Ma tutto questo, mi interessa ormai relativamente. Ho deciso di lasciare nelle mani del maresciallo dei carabinieri Storai [Attilio] di Monsummano - uomo calmo assennato e prudente - che certo riuscir a rientrare in Italia, le cose mie pi care, che non mi hanno mai lasciato da quando sono lontano dall'Italia. E cio: questo diario, le cui notazioni rapide frettolose buttate gi alla meglio hanno per me e, in caso, per i miei cari, un valore incalcolabile; e lettere per i miei cari.
   Esse partono nel solo caso che dovessi lasciare la vita nel tentativo."4
 
E bene ricordare che in tutti i campi di internamento tedeschi era severamente proibita la detenzione di fogli, quaderni, taccuini o diari. Scrivere nuoce gravemente alla privazione di libert.

Inizio cartolina:
Monsummano, 27.4.1944 
cartolina su modulo da Rita per Cordelio. 
"mio caro, noi tutti si sta bene, e felice che cos sia di te. Ti ho sempre risposto, molto addolorata che nulla ti sia giunto dopo la tua del 27 gennaio ho ricevuto questa 9-4-944. Stai contento, Marzio e Fabrizio ti ricordano tanto e ti mandano tanti baci. Ti penso e vivi nella mia vita come non mai. Desidererei sapere cosa fai. Attilio sta bene,  come te. Baci aff. Rita."
Fine cartolina.

Inizio cartolina:
Monsummano, 28.4.1944. 
(cartolina su modulo da Rita per Cordelio). 
"Mio caro Cordero, mi tormenta tanto il pensiero che nulla ancora hai ricevuto notizie nostre. Vivo molto triste colla disperazione nell'anima. Ti penso e vivi in me come non mai. Stai contento. Noi tutti bene stiamo, cos auguro che sia sempre di te caro. Spero e auguro che ti giungano queste mie, a presto. Baci dai piccoli ti ricordano, un abbraccio, baci affettuosi. Tua Rita."
Fine cartolina.

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 30.4.1944. 
(cartolina su modulo indirizzata a Storai Rita, Via Grotta Giusti, Monsummano, ma reindirizzata manualmente a CHIESINA UZZANESE). 
"Rita mia cara, oggi alla distanza di circa un mese, ho nuovamente la gioia di poterti scrivere. Quanti pensieri affollano la mia mente! Quanti dolci ricordi di te e dei nostri piccoli! Vivo esclusivamente per voi! Iddio ci protegga! A te tutto il mio cuore, ai piccoli tanti bacetti. Saluta parenti tutti. Ti abbraccio tuo Cordelio"
Fine cartolina.

Il censimento dei monsummanesi  compresi gli sfollati - idonei al lavoro coatto, svoltosi alla fine dellaprile 44, riportava 2866 uomini e 3384 donne dai sedici ai sessantanni, ma probabilmente non conteggi Rita e la sua famiglia. 
Come testimoniano la precedente cartolina, reindirizzata a Chiesina Uzzanese, ed i ricordi di Fabrizio, la famiglia Storai si era trasferita in quel periodo dagli zii, mezzadri in una colonica fra la provincia di Lucca e il Padule di Fucecchio.
Certo, cera chi riteneva Monsummano un luogo gi abbastanza sicuro in cui sfollare, ma la casa di via Grotta Giusti confiscata dai tedeschi, gli allarmi aerei sempre pi frequenti, le voci contraddittorie sull'avanzata degli Alleati, avevano convinto Rita e la sua famiglia che la colonica degli zii fosse di gran lunga la soluzione pi sicura: cosa ci sarebbero mai andati a cercare i tedeschi nel Padule di Fucecchio?  

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 30.4.1944. 
(cartolina su modulo da Cordelio per Rita).
"Rita cara, non preoccuparti se la mia corrispondenza ti giunge cos! Io sto bene. Penso costantemente a te e ai piccoli. Parla loro del pap molto lontano. Quante domande vorrei farti! Lo spazio  limitato! Dopo la tua del 4-3 nullaltro; so comprendere! Quanta preoccupazione ho per voi! Mi auguro che stiate bene, vi abbraccio e vi bacio. Cordelio. Attilio come sta?"
Fine cartolina.

Cordelio non poteva saperlo, ma sarebbe trascorso ancora un anno prima della liberazione, un anno estremamente difficile. 
Sarebbe stato un anno caratterizzato  dai bombardamenti aerei alleati, sempre pi frequenti, devastanti e indiscriminati in fatto di vittime, prigionieri o carcerieri che fossero: sono stupide le bombe "intelligenti" di oggi, figuriamoci quelle "stupide" di ieri; caratterizzato dal collasso della meticolosa pianificazione germanica, messa in crisi dagli eventi bellici, sostituita dallancor pi pericolosa improvvisazione dei singoli ed infine, caratterizzato dalla crescente consapevolezza dei gerarchi nazionalsocialisti di aver messo in piedi un sistema inumano di sopraffazione di cui andavano annacquate se non cancellate le prove prima dell'ineluttabile fine. Levolversi della guerra interruppe o rallent le comunicazioni civili, quindi anche quelle fra i prigionieri e le famiglie; il trasferimento degli internati da un campo allaltro e lo sfollamento della popolazione civile in patria le resero ancora pi ardue. 
L'ultima cartolina, ad esempio: cinquantasette giorni per la consegna. Due mesi in cui sarebbe potuto accadere di tutto, due mesi di crescente angoscia, sofferenza, incertezza per chi la scrisse e per chi lattendeva.
Come si pu oggi spiegare e comprendere tutto ci? 
Don Antonio, un vecchio parroco di Montecatini Alto, illustrando il suo stringato e atipico programma di catechismo, spiegava pragmatico: Come posso parlare a questi ragazzi della fame nel mondo? Sono parole senza senso per chi, aprendo il frigo, ci trova di tutto. Posso solo dir loro che in altre parti del mondo, ci sono ragazzi come loro che soffrono la fame, sperare che se lo ricordino e che, una volta adulti, facciano qualcosa per cambiare la situazione.
Due mesi per un contatto sono parole senza senso per giovani connessi con il mondo in un microsecondo, per mamme che possono seguire i figli con il GPS, per persone che dispongono di decine di canali di contatto, comunicazione e condivisione.
Si pu solo raccontare la memoria - non espressa in Mb o Gb  di un tempo in cui si soffriva perch era difficile scambiare notizie con i propri cari lontani e in condizioni precarie. Si pu solo raccontare memorie e sperare che tutti si adoperino perch questa angoscia impotente non si ripeta mai pi. 


Note:

1. Il lager 1523 corrispondeva al lager di Mannheim-Kolmar. 
2. Questa motivazione per la renitenza alla chiamata alle armi della RSI fu molto frequente fra gli IMI (cfr. Hammermann G., op. cit.) ed in particolare fra i Carabinieri (cfr: Grasso M., Giovanni Fattori. Lettere di un montalese dal lager nazista. Istituto storico della Resistenza e dell'et contemporanea in provincia di Pistoia, Pistoia,2017 e Deotto P., op. cit.
3. La sirena di allarme era installata nellabitazione del capo guardia Nazzareno Pieri, in prossimit del palazzo comunale. Veniva azionata dallo stesso o dalla moglie Ada Gerboni quando le autorit militari ne davano annuncio. A Montevettolini Clementina Martini Bettaccini era collegata telefonicamente con la sede comunale e a ogni allarme, doveva avvertire Giuseppe Francini, incaricato di suonare le campane della chiesa. Quando risuonava la sirena dallarme, ogni abitante aveva l'obbligo di raggiungere celermente il pi vicino ricovero segnalato. Era vietato rimanere accanto a porte e finestre. Le strade venivano sgomberate dalla milizia o dai Carabinieri. Da: Grasso M., (2013) op. cit. 
4. Tratto da: Giovannini G., Il quaderno nero. Aprile 1943-settembre 1945. Scheiwiller Libri, Milano, 2004.



7. Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld III.

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 9.5.1944. 
(cartolina su modulo da Cordelio per Rita). 
"Rita cara, ti ho scritto altra mia otto giorni orsono. Vivo in costante angoscia e preoccupazione per te e i piccoli. Iddio vi preservi da ogni pericolo! Io sto bene e cos mi auguro di voi. Quante cose vorrebbe ancora dirti il mio cuore!... Tu mi comprendi! Dopo la tua del 4-3 nullaltro. Rita  Rita!?... ti abbraccio unitamente ai piccoli. Per il modulo del pacco: fazzoletti- calzetti e sigarette se possibile. Tuo aff.mo cordelio."
Fine cartolina.

Con la cartolina del 9 maggio inizi la corrispondenza emotivamente pi significativa. E' importante lo scritto,  importante quello che si pu leggere tra le righe."Rita, Rita ti abbraccio...". La reiterazione del nome fa pensare ad una esasperazione sempre pi difficile da controllare. 
In questi messaggi trovavano spazio contemporaneamente il paradossale richiamo alle necessit materiali di un prigioniero - "Per il modulo del pacco: fazzoletti, calzetti e sigarette se possibile."- e le sue preoccupazioni per i pericoli, noti nella loro natura, ignoti nella loro concretezza, incombenti sulla famiglia lontana.
Ne aveva ben donde: ad esempio, il 16 maggio, in pieno pomeriggio, un'incursione aerea semidistrusse la stazione di Montecatini Terme. Due monsummanesi1 che si trovavano nei paraggi persero la vita. Probabilmente, in quella stessa occasione, anche la tranvia Lucca-Monsummano ricevette un colpo mortale e della pittoresca e storica linea non rimasero che verghe divelte e contorte.

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 20.5.1944. 
(cartolina su modulo da Cordelio per Rita). 
"mia cara Rita, anche oggi ho la somma gioia di poterti scrivere. Quanto sono state attese e care le tue cartoline del 27 e 28-4 test pervenutemi. Solo tu puoi comprenderlo! Io sto bene e cos mi auguro di voi tutti. Quante cose Rita debbano rimanere chiuse nel mio cuore! Pazienza! Parola magra come la prigionia! In ogni momento vivo spiritualmente con te e i piccoli; con una passione che non so descrivere ti abbraccio unitamente a Marzio e Fabrizio. Saluta parenti tutti. Animo Rita!... Tuo Cordelio.""Quante cose Rita debbano rimanere chiuse nel mio cuore! Pazienza! Parola magra come la prigionia!" 
Fine cartolina.

Sono le parole di un carabiniere a piedi, con lattestato di sesta elementare,  soldato nella Seconda Guerra Mondiale, internato in un campo di concentramento tedesco: se non  poesia questa - involontaria, retorica, tutto quello che si vuole - allora la poesia non esiste.

"Ma che bella giornata di sole
Quanta gente per le strade muore
Quanti treni alla stazione
Ma per tornare a casa
E la chiamano liberazione
Questa giornata senza morti
Questo profumo di limoni
Dalle finestre aperte
E mio padre vivr
Solo il sogno di questa terra
Perch quello che ha  ancora guerra.
E mia madre amer
questo sogno di prigioniero
Perch quello che avr  il mondo intero." 2

Inizio cartolina:
Monsummano, 30.5.1944. 
(cartolina su modulo da Rita per Cordelio). 
"Caro Cordero, tu solo puoi comprendere il conforto e cosa siano per me ricevere tue nuove. Ricevetti pure le tue del 9/4/44. Ho provato tanta gioia che hai ricevuto mie nuove. Cosa fai? Attilio dice che lavora, e sta bene. Noi tutti si sta bene e cos auguro che sia sempre di te caro. Stai contento. Baci affettuosi da Marzio e Fabrizio e pi da me. Tua aff.ma Rita."
Fine cartolina.

Qualche giorno dopo la missiva di Rita, Monsummano entr, o meglio precipit , nel conflitto tangibile e reale, quello che uccide senza sapere n chi, n perch. Il prodromo fu l'insediamento del Feldmaresciallo Albert Kesselring, fresco comandante della Wehrmacht e delle Waffen SS in Italia. Kesselring stabil il suo Quartier Generale al riparo della Grotta Giusti e la sua residenza presso la villa Renatico Martini. In quel periodo, l'attivit dellorganizzazione Todt3 fu particolarmente intensa e nei cantieri delle opere intraprese fu impiegata molta mano d'opera civile, sia aderente, sia coatta. Venne edificato un bunker in cemento armato all'entrata della Grotta Giusti e cominciarono i lavori per la realizzazione di tunnel che mettessero in comunicazione tale comando con Villa Martini. Ancora oggi sono visibili i resti di uno di questi cunicoli, una grotta a forma di U alla Cava Rossa di Monsummano Alto.
Contestualmente, nel povero paese, venivano predisposte alcune postazioni di artiglieria, con le minacciose bocche da fuoco volte a sud, da dove stavano ripiegando le truppe di Hitler sotto l'incalzare dell'avanzata Alleata. Un cannone venne posizionato nell'aia dei Bechini ai Violi, un altro a Barbadoro ed un'intera batteria in via del Fossetto. Nella vigna di Angiolo Fidi venne posizionata una batteria di contraerea e nidi di mitragliatrici furono posti a presidio della Grotta Giusti, della "Porticciola" del castello di Monsummano Alto e in localit "Romani".4
Si vis pacem, para bellum, dicevano i latini, ma si vis bellum, para bellum avrebbero potuto rispondere i monsummanesi. Il borgo della Summa Manus era diventato la sede del comando delle armate germaniche del sud Europa, un caposaldo da difendere strenuamente ma senza eccessiva ostentazione di misure difensive, per evitare l'attenzione dei ricognitori e delle spie alleate. 
Tuttavia, la concentrazione di truppe e di armi comunque cospicua, non poteva rimanere senza conseguenze nefaste. Un errore, unincomprensione, un posto di blocco forzato pi o meno volontariamente e il 2 di giugno una raffica di mitragliatrice prendeva in pieno un camion civile in via Empolese, quasi al confine con Pieve a Nievole, uccidendo il conducente e ferendo gravemente l'altro trasportatore al suo fianco. Fu il primo sangue versato sul suolo monsummanese in un'azione di guerra.

Inizio lettere:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 4.6.1944. 
Due lettere su modulo da Cordelio per Rita).
1.
"Rita mia cara, finalmente a differenza delle altre volte ho la bella soddisfazione di poterti scrivere di pi. Circa venti giorni orsono ti inviai altra mia corrispondenza che spero ti sia giunta; nella quale ti facevo presente di aver ricevuto con somma gioia due tue cartoline datate 27 e 28-44. Io continuo a stare bene e cos voglio augurarmi di voi tutti. Mi tormenta di sapere di essere troppo lontano dalla mia famigliuola; non meno dolorosa  la preoccupazione che ho per te e per i nostri piccoli, sia per la vostra incolumit come per tutto quanto vi necessita per vivere. Ti raccomando Rita cara, pensa alla tua salute e a quella dei nostri piccoli, il resto  nulla. Correte alcun pericolo? Pensiero terribile questo, che troppo sovente si affaccia alla mia mente. Oh Rita! Se potessi dare libero sfogo al mio cuore! Pensa Rituccia quanti giorni sono gi trascorsi da quello del nostro doloroso distacco. Dimmi cosa fai? Il tuo fisico come quello dei nostri piccoli com'? Il mio pensiero vi segue ogni istante. Attilio scrive spesso? Come sta? Il mio cuore palpita continuamente per te e con questa grande passione ti abbraccio unitamente a Marzio e Fabrizio. Tuo Cordelio."
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 4.6.1944.
2.
"Rita mia cara, come puoi notare oggi ho avuto la bella soddisfazione di poterti scrivere a lungo. In altro biglietto ti rendo noto che le ultime tue due cartoline da me ricevute sono quelle datate 27 e 28.4 us. Io sto bene e cos vorrei che fosse di voi tutti. Il pensiero mio predominante sei tu e i cari piccoli. Iddio vi preservi da ogni pericolo, ed al mio ritorno dopo varie peripezie possa avere l'indescrivibile gioia di riabbracciarvi come vi vedo ora nelle vostre fotografie che ho qui davanti ai miei occhi. Dimmi Rita cara, hanno fatto bombardamenti aerei cost? Quando saranno finite tutte le gocce riversate ancora in questo calice di amarezza!? Marzio e Fabrizio come si sono fatti? Manca nulla ad essi? Il tuo fisico Rituccia?  Quasi lo immagino! Quanta tristezza opprime il mio cuore pensando a voi. Si ricordano i nostri piccoli del loro pap tanto lontano? Lina e Patrizio come stanno? Pap, - mamma e lo zio? Con Attilio non posso avere corrispondenza. Ti bacio unitamente ai piccoli con tanta passione, tuo Cordelio."
Fine lettere.

Erano i giorni della liberazione di Roma (4 giugno) e dello sbarco in Normandia (6 giugno). Qualcosa della piega che stava prendendo il conflitto doveva filtrare anche nei campi di internamento. Che le cose non andassero secondo i piani e le aspettative dei nazisti, se da un lato rallegrava, dall'altro preoccupava: cosa avrebbero potuto fare questi crudeli e spesso spietati combattenti prima di essere definitivamente sconfitti? E gli Alleati sarebbero stati davvero i misericordiosi e disinteressati liberatori dell'immaginario collettivo? Cosa stava succedendo davvero in Italia? "Correte alcun pericolo? Pensiero terribile questo, che troppo sovente si affaccia alla mia mente." ed ancora: "possa avere l'indescrivibile gioia di riabbracciarvi come vi vedo ora nelle vostre fotografie che ho qui davanti ai miei occhi. Dimmi Rita cara, hanno fatto bombardamenti aerei cost?" 
Cordelio aveva dunque delle fotografie di Rita e dei suoi figli. Fotografie,  facile immaginare, spiegazzate e quasi consunte a furia di guardarle, maneggiarle e, probabilmente di nascosto, baciarle. E poi l'incubo dei bombardamenti aerei.

"L' aviazione alleata continua ad essere pi che attiva e noi adesso dobbiamo difenderci da un altro nemico altrettanto crudele e spietato: i bombardamenti aerei, che nella zona in cui ci troviamo, vengono effettuati in maniera veramente terrificante. Nel lager non esiste un rifugio o un paraschegge e dobbiamo arrangiarci da soli: meno male che, non lontano dal campo si trova una piccola brughiera, brulla, facilmente raggiungibile, dove possiamo ripararci quando i "Paesani" sganciano le loro bombe. Ogni volta che c' un bombardamento, scappano tutti: guardie, sentinelle e prigionieri; ognuno cerca di porsi in salvo." Scrive Angiolino Petraglia nel suo diario di Krefeld.5

Rita era sfollata a Chiesina Uzzanese, non ci sono resoconti di bombardamenti aerei in quella zona, ma Monsummano li sub il 20 e il 30 giugno. Durante la prima incursione venne colpita una colonica a Monsummano Alto, nella seconda, pi pesante, vennero distrutti caseggiati, colture ed una persona rimase uccisa in prossimit del ponte del Terzo, localit "Le Case". Questi episodi - o almeno uno di essi - furono probabilmente fonte d'ispirazione per il romanzo di Ivo Motroni, ambientato in parte nel borgo valdinievolino:

Senti? chiese Giuditta. Sta arrivando Paolino.
Paolino?
   Abbiamo battezzato cos un aereo che viene di notte, attraversa verso nord, a volte verso ponente, o gira poco oltre per tornare indietro, come se fosse incerto sul da farsi. Nessuno pare che sappia da dove venga o perch. Pare che nessuno sappia neanche se sia italiano, tedesco o americano. Secondo alcune voci, italo-tedesco non pu essere di sicuro perch pare che nel padule di Bientina abbia sganciato una bomba senza conseguenze, ma per un'altra bomba sganciata alla periferia di Bologna le conseguenze ci sono state, con morti e feriti. Naturalmente non sono notizie riportate dai giornali: sar vero... non sar vero... Mio padre non ammetter mai che un aereo nemico possa circolare nei nostri cieli; (..)
Paolino, un aereo notturno che da mesi sentivamo passare nel cielo sopra di noi senza mai aver arrecato qualche danno, ha sganciato una bomba che ha centrato la casa del podest; lui non c'era, era ancora nascosto lass al Poderaccio. C'erano le sue donne, la signora Emma e la tua, la nostra Giuditta; quella bomba ha sbriciolato, polverizzato tutto e anche i resti di quelle povere vittime non  stato possibile ricomporli, non  stato possibile stabilire se appartenevano alla signora Emma o a sua figlia."6  

Inizio lettera:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 21.6.1944. 
(Lettera su modulo da Cordelio per Rita). 
"Rita mia cara, ogni qual volta ho la possibilit di scriverti mi sento il cuore commosso. Dopo le tue cartoline del 27 e 28-44 us  nessunaltra tua nuova mi  giunta. Da ci puoi comprendere quanto sia angosciosa l'attesa di tue notizie, specie in questi giorni... Dio mio voglio augurarmi che nulla di nuovo vi sia capitato e possiate essere sani e salvi. Oh Rita quanto soffrire! Quanti pensieri turbano la mia mente. Vorrei esserti vicino, vorrei confortarti, vorrei suggerirti tante cose, ma come fare?! Troppa  la lontananza che ci separa! Conosco pienamente il tuo animo tanto sensibile ed  per questo che il mio pensare  ancora pi sentito. Sii forte Rita cara e ti conforti il sapere che spiritualmente vivo con te e il mio pensiero non ti abbandona un solo istante. I nostri cari piccoli come stanno? Si ricordano del loro pap che da oltre 18 mesi non vedono? Io sto bene e cos voglio augurarmi di voi tutti. L'indirizzo di Attilio  incompleto. Ti prego inviarmelo esatto. Lina - Patrizio e i tuoi cari come stanno? A Marzio e Fabrizio tanti bacetti, a te un forte abbraccio. Tuo aff.mo Cordelio."
Fine lettera.

Cominci cos l'estate di Cordelio nel campo di Krefeld. "Dopo le tue cartoline del 27 e 28 4 nessuna tua nuova mi  giunta. Da ci puoi comprendere quanto sia angosciosa l'attesa di tue notizie, soprattutto in questi giorni... Dio mio, voglio augurarmi che nulla di nuovo vi sia capitato e possiate essere sani e salvi. Oh Rita, quanto soffrire!"

Inizio lettera:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 11.7.44. 
(Lettera su modulo da Cordelio per Rita). 
"Rita mia cara, con grande gioia il 3 corr. ho ricevuto la tua attesa e tanto desiderata cartolina datata 30-5 us Solo oggi ho la bella soddisfazione di poterti rispondere, poich tutto  condizionato. Solo il mio cuore ed il mio pensiero verso di te non hanno condizioni. In questi ultimi giorni ti ho sempre davanti ai miei occhi e un pensiero tormentoso mi sconvolge l'animo. Tu Rita cara puoi ben comprendere la ragione di ci; sarete ancora nella vostra casa? Nulla di male vi sar capitato? Quanti pensieri turbano la mia mente! I nostri cari piccoli come stanno? Cosa fanno? Tu cosa fai? Io non lavoro come Attilio, ho una occupazione qui nel campo. Dimmi se i tuoi cari stanno bene! Quando avremo la soddisfazione di rivederci? Il tuo fisico com'? Sii forte, cerca di non farti mancare nulla. Vivi nel mio cuore, ti abbraccio unitamente a Marzio e Fabrizio. Tuo aff.mo Cordelio."
Fine lettera.

Inizio cartolina:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 11.7.1944. 
(Cartolina su modulo da Cordelio per Rita).
"Rita cara, con gioia indescrivibile il 3 corr. ho ricevuto la tua datata 30-5-44 timbrata Bologna. Tu solo puoi comprendere l'angosciosa attesa di tue notizie, specie in questi giorni. Voglio augurarvi che nulla di male vi sia capitato. Sii forte. Vivi nel mio cuore, ti abbraccio unitamente a Marzio e Fabrizio. Tuo aff.mo Cordelio."
Fine cartolina.

Note:

1. Giuseppe Simoni di 62 anni e Guido Bartoli di 54 anni. Da: Grasso M., (2013) op. cit.
2. da: "Ma che bella giornata di sole" Testo e Musica di Antonello Venditti, 
3. L'Organizzazione Todt fu un'impresa di costruzioni sotto il diretto controllo del Reichsminister fr Rstung- und Kriegsproduktion (Ministro degli Armamenti e degli Approvvigionamenti), che oper in stretta collaborazione con gli alti comandi nazisti in tutti i Paesi occupati, per la realizzazione di opere infrastrutturali e difensive militari, utilizzando mano d'opera sia salariata, sia coatta. Nel 1944 arriv ad impiegare un milione e mezzo di lavoratori coatti in tutta Europa.
4. Grasso M., (2013) op. cit. 
5. Petraglia A., op. cit. 
6. Motroni I., La giovent dei nonni. MEF L'autore Libri, Firenze, 2005.



8. Sangue

Dall'oggi al domani, il "Sorridente Albert", come veniva soprannominato il generale Kesselring1  la speranza  che Satana lo stia ancora tormentando nel pi profondo del Cocito - abbandon Monsummano, insieme ai suoi pi alti ufficiali, fuggendo oltre gli Appennini, mettendosi al riparo della Linea Gotica. Era trascorso poco pi di un mese dal suo arrivo.
Per buona sorte dei monsummanesi, gli Alleati scoprirono lex ubicazione del comando tedesco soltanto qualche giorno dopo la fuga del feldmaresciallo. Un po di anticipo e, con ogni probabilit, i vertici nazisti sarebbero stati neutralizzati  come si dice oggi - ma di Monsummano sarebbero rimaste solo macerie fumanti e una desolata spianata sconvolta da immani crateri: uno spazio bianco sulle carte geografiche.
Ignari o solo vagamente consapevoli del pericolo scampato, anche alcuni monsummanesi si diedero alla macchia per aderire alla resistenza armata, come ormai stava accadendo in tutta lItalia settentrionale. 
In Valdinievole e nel pistoiese, Ponte Buggianese, Vinci, Rocca Belvedere, San Quirico, Frontile, Pescia2 furono teatro di azioni di guerriglia partigiana e delle conseguenti rappresaglie. A Cintolese, ad esempio, i nazifascisti arrestarono 23 civili nel corso di un rastrellamento seguito all'attentato contro la Casa del Fascio in localit Il Carro - peraltro vuota - fatta saltare con l'esplosivo di cava.
Tuttavia, anche l'auspicato approssimarsi delle divisioni anglo-americane in Valdinievole comport qualche... spiacevole effetto collaterale: i cannoneggiamenti sugli abitati. Fu Cintolese a subire il primo cannoneggiamento. Il 30 luglio una salva di grosso calibro caus la morte di Renato Pagnini e di Luigi Cerri, quasi sulla porta di casa. 
Da una parte i nazisti, dallaltra gli Alleati C' un vecchio proverbio africano che sentenzia: "Quando due elefanti litigano, a rimetterci  l'erba" e in quel periodo, la popolazione civile monsummanese assomigliava pi che mai ad un bel campo a maggese.
Mancavano quattro giorni a San Lorenzo. Il sole si era eclissato da poco al di l del profilo ondulato dei Monti Pisani, quando bagliori fiammeggianti sorsero improvvisi da sud-est, quasi che lastro diurno ci avesse ripensato e stesse per tornare indietro. Un sordo brontolio di tuono riemp la volta blu pervinca del cielo.
Poi, le cannonate si abbatterono come grandine durante un temporale estivo. Una di quelle granate sventr una casa in via Grotta Giusti in cui dormivano due donne e tre bambine. Di esse si salv solo una ragazzina, sbalzata fuori attraverso la finestra dallo spostamento d'aria3. 
Fu di nuovo giorno e fu di nuovo notte.

"E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh!, d'un pianto di stelle lo innondi
quest'atomo opaco del Male!"4

Cantava mesto il Poeta. Monsummano - atomo di male ancora pi opaco - venne inondato dalla pioggia di stelle cattive del suo cielo.
Un fischio acuto, poi un boato assordante e in piazza Carli, fra la fontana e piazza Martini, il selciato si disintegr in una terribile eruzione di schegge e pietrisco che volarono ovunque, sfondando porte, balconi e finestre tutt'intorno.
Un secondo dopo, fu piazza Martini a trasformarsi in un caos fumante e devastato: gli edifici sul lato destro e il cinema Centrale furono investiti dagli obici e rimasero in piedi, gusci vuoti e frantumati, per puro caso. La tempesta distruttiva si abbatt anche su piazza Giusti. La facciata del palazzo Vannelli esplose, inondando di detriti la chiesa al centro della piazza, sfondandone il tetto e le vetrate; un colpo centr la canonica, sul lato di levante, provocando il crollo del tetto e dei piani interni. Il suono lacerante delle sirene, schianti e crolli, le invisibili colonne di polvere e fumo, le inudibili preghiere della gente nascosta negli scantinati, e fu via Boninsegni ad essere squassata  Lennesimo boato, scintille blu impazzite e la cabina elettrica in fumo - poi via Garibaldi, con le case prese d'infilata, viale Martini, guastando casa Babbini-Giusti, le scuole prospicenti e il manto stradale, e gi, gi, fino a via Cesare Battisti, presso il pastificio Pucci, al ponte dei Macelli.
Tump-tump-tump... Il martello di un Thor furibondo picchiava, come se non dovesse finire mai.
Non c'era n tempo, n modo di rimuovere tutte le macerie durante il giorno e soprattutto ogni notte se ne creavano altre. Un leggero ritocco all'alzo dei cannoni e il 9 agosto fu Montevettolini ad essere investito dalla tangibile ira degli uomini, pi forte, molto pi forte, dell'impalpabile ira di Dio. Cos morirono un bambino di 9 anni, Corradino Cerri e un uomo di 42, Arrigo Maccioni5
E ancora bombe il 19 agosto su Montevettolini e su Cintolese e sangue e morti.6

"Stanno gi morendo, uh, mamm,
muoiono i libberatori perpotercilibber
Ma mamma sparano su di noi...
Lo so figlio mio, ma lo fanno per necessit.
Tien'a mente sempre:
So' fratell'a nnoi,
So' fratell'a nnoi,
So' fratell'a nnoi,
ci vengono a llibber"7

"Vernichten", "Annientare". Questa la consegna di Kesselring ai suoi accoliti; questo l'ordine del colonnello Crasemann al capitano Strauch della 26a divisione Panzergrenadier: era ora di farla finita con i banditi che infestavano le montagne e le valli attraversate dalla linea Gotica, fastidiosi come insetti, da schiacciare come insetti. 
Il Padule di Fucecchio poteva essere una delle loro tane.
Ma no, santiddio, no! Non c'erano partigiani nel Padule, che cosa ci avrebbero fatto con il sarello e le giunchiglie?
In realt, il Padule era stato scelto come rifugio da molte famiglie di sfollati - anche la famiglia di Rita era sfollata nei pressi dei suoi confini limacciosi - per il suo poco mascherato da niente, che non avrebbe dovuto suscitare n linteresse dei nazisti, n linteresse degli Alleati. 
Purtroppo non and cos. 
Il rastrellamento operato dai soldati con lincisione "Gott mit uns" - Dio  con noi  sulle fibbie, si comp tra l'alba e il mezzogiorno del 23 agosto. No, difficilmente Dio fu con quei soldati, ma tant'. 
Se la Nera Signora ignor Rita, attendendola in un altro tempo, in un'altra Samarra, il suo sguardo cieco e indifferente si pos su altri 174 civili inermi, in gran parte donne, vecchi e bambini, uccisi casa per casa o sui luoghi delle semplici attivit a cui stavano attendendo. In quella tragedia, Monsummano pag il pi alto tributo di vite - ottantaquattro vittime - anche se la statistica del sangue, nel suo incrociare cifre e toponimi, non ha comunque un valore reale.
Una settimana dopo, i primi contingenti anglo-americani raggiunsero Pistoia da sud e il primo settembre gli Inglesi, attestatisi a Pazzera, al confine fra Larciano e Monsummano, presero contatto con le formazioni partigiane valdinievoline, in particolare con la squadra "Corallo". Il gruppo partigiano forn informazioni sulla dislocazione delle truppe tedesche in ritirata e guide per i reparti inglesi. Tre di queste guide partigiane rimasero anche ferite durante un conflitto a fuoco con una pattuglia tedesca di retroguardia.
Lentamente trascorsero tre giorni di tensione e di incertezza, poi il 4 settembre, la squadra dazione Stella Rossa e lomonimo gruppo partigiano, calando da Monsummano Alto e dal versante occidentale del Belvedere in collaborazione con la Faliero e la Corallo, occuparono - o liberarono - Monsummano. Alle 14 di quello stesso giorno, solo la zona a nord del comune, la Grotta Parlanti ai confini con Pieve a Nievole rimaneva terra di nessuno.
Furono arrestati numerosi fascisti locali, destinati immediatamente ai lavori di ricostruzione dei ponti distrutti dai tedeschi in fuga, cos da permettere il passaggio dei mezzi alleati. Nel pomeriggio di quello stesso giorno i Granatieri della Royal Guard si insediarono a Grotta Giusti e il giorno dopo, Monsummano fu raggiunta anche dai Natal Mounted Rifles e dagli Sherman della II e VI Divisione corazzata sudafricana.
L'incubo stava finendo. L'ultimo evento bellico nella zona si verific il 7 settembre: un nutrito scambio di fucileria fra le formazioni partigiane e i reparti nazisti in ripiegamento, al confine fra Monsummano e Pieve a Nievole.
Il rientro di Rita e della sua famiglia a Monsummano risale pi o meno a questo periodo, quando gli Americani - tutti li chiamavano cos, anche se in realt non lo erano - presero il controllo della situazione. 
Marzio e Fabrizio, i due bambinetti di Rita e Cordelio cominciarono a gironzolare per l'incredibile luna park che ai loro occhi doveva apparire un campo militare. E a quel periodo risalgono i primi ricordi di Fabrizio. I ricordi di un bambino che inseguendo il fratello e gli amichetti pi grandi, inciampava e batteva la testa sul bordo tagliente di un bidone di carburante. Poi, l'intervento dei soldati attirati dalle urla del piccolo dal viso inondato di sangue e la somministrazione della magica polvere di penicillina. 
Il piccolo "Pel di carota" dovette diventare una presenza abituale per i granatieri inglesi. Sar stato per quelll'"ammammerican" imparato dalla madre e scandito con orgoglio davanti ad ogni divisa incontrata, sar stato per i capelli rossi e le efelidi che lo facevano assomigliare ad un figlio d'Irlanda, comunque per il temerario bimbo e per la sua famiglia ci fu sempre una razione militare supplementare, quando non gli avanzi della mensa ufficiali.
E sul desolato paesaggio monsummanese, dopo le bombe, fu manna a piovere dal cielo.


Note:

1. Processato nel 1947 per crimini di Guerra, Albert Kesselring fu condannato a morte. Ma la condanna fu prima commutata in ergastolo e poi annullata, nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute. Tornato in patria fu accolto come un eroe dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro, Kesselring dichiar pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani avrebbero dovuto essergli grati per il comportamento tenuto durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli un monumento.
A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (datata 4.12.1952) scolpita su una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruir
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenit
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio dei torturati
pi duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignit e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA 

Tratto da: www.partigiano.net/gt/calamandrei_kesserling.asp
2. Regione Toscana, Storia e memoria. www.regione.toscana.it/regione/.../memoria.../index.html -; Ferretti V., 1944. Una Estate Rosso Sangue. Le stragi naziste contro i civili in Toscana. Gli eccidi del Padule di Fucecchio e di Pescia. Edizioni Toscana Arte e Cultura, 2002.
3. La granata sventr la propriet del fu Quirino Baldecchi, uccidendo Maria Paola Baldecchi di anni 4, Maria Carla Baldecchi di anni 8, Teresita Dami di anni 39 vedova di Quirino Baldecchi e Virginia Tagliasacchi di anni 63, che imprudentemente dormivano in quella casa; la figlia maggiore invece si salv gettandosi da una finestra. Da Grasso M., (2013) op. cit.
4. Versi tratti da: "X agosto. San Lorenzo", Giovanni Pascoli (1855-1912).
5. Arrigo Maccioni, nonno della moglie dell'autore, nato il 4.12.1902 deceduto in localit Poggio Campino (ove si trovava la sua abitazione) il 14.8.1944 a seguito cannoneggiamento di guerra come risulta dalla lapide nel cimitero di Montevettolini, a causa di una ferita da scheggia infettatasi.
6. Luigi Angoletti, 39 anni, sua moglie Agata Bonacchi, 40 anni, e Elvira Barni, 48 anni, a Montevettolini; Bruno Lombardi a Cintolese. Cfr. Grasso M., (2013) op. cit.
7. Da: "Uh, mamm". Testo e musica di Mimmo Cavallo, 1981.
8. Esiste una vastissima letteratura sull'eccidio del Padule di Fucecchio. Oltre al rimando al sintetico ma esaustivo resoconto di Matteo Grasso (2013, op. cit.), si riportano di seguito alcuni testi, fra i molti altrettanto validi, facenti parte della biblioteca personale di chi scrive: Ferretti V., Vernichten. Eccidio del Padule di Fucecchio: 23 agosto 1944. Analisi storica della strage attraverso gli atti del processo di Venezia. Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1988; Bettazzi E., Bonanno M., L'eccidio del Padule di Fucecchio. Editrice C.R.T., Pistoia, 2002; Baiada L., Raccontami la storia del Padule. La strage di Fucecchio del 23 agosto 1944: i fatti, la giustizia, le memorie. Ombre corte, Verona, 2016.


9. Gemaisschaftslager "Indra" Duisburg Hochfeld

Per comprendere correttamente il delicato e controverso passaggio da Internato Militare Italiano a "Lavoratore civile" ed il sentimento sempre pi diffuso nell'opinione pubblica italiana sul finire del 1944, per quanto ancora soggetta alla propaganda della Repubblica di Sal, appare efficace la sintesi contenuta nel saggio di Avagliano e Palmieri1:
 
"la vicenda degli Imi rappresent per l'opinione pubblica italiana uno dei principali motivi di delegittimazione del governo repubblicano fascista e la pi evidente certificazione del fatto che Mussolini era ormai solo un fantoccio nelle mani dei nazisti, senza autonomia, senza reale potere decisionale e senza alcun prestigio. Se cos non fosse stato, perch tanti militari italiani non rientravano in patria? Perch i tedeschi, se erano alleati e non forze d'occupazione, li volevano prigionieri nei campi di concentramento come nemici e li trattavano perfino peggio dei prigionieri di guerra di altri paesi? Perch Mussolini non era in grado di fare qualcosa per loro? E soprattutto, perch loro stessi, in massa, avevano deciso di non collaborare con i tedeschi e di non entrare a far parte dell'esercito repubblicano che in quei mesi, in mancanza d'altro, chiamava sotto le armi perfino i giovanissimi? 
   Considerato che ogni famiglia aveva almeno un parente o un conoscente internato in Germania e che ogni citt o paese della penisola aveva una piccola comunit di propri cittadini rinchiusi nei lager e nei campi di lavoro coatto del Reich, questi interrogativi riguardavano e angosciavano tutta la popolazione italiana, contribuendo a indebolire l'adesione al fascismo di Sal e a instillare ulteriori sentimenti di paura, sfiducia e odio verso i nazisti e i fascisti oppressori.
Il cambiamento di status degli Imi fu all'ordine del giorno dei colloqui Hitler-Mussolini del 20 luglio 1944 a Berlino, e fu effettivamente deliberato con una direttiva del 3 agosto successivo. Anche in questo caso, tuttavia, la maggior parte degli internati italiani (il 70 per cento secondo alcune fonti della Rsi) con grande sorpresa dei tedeschi rifiut di accettare il passaggio a civili, costringendo il Comando supremo della Wehrmacht a emanare il 4 settembre 1944 una nuova direttiva, con la quale si sanciva che tutti i soldati italiani erano rilasciati per essere impiegati come lavoratori civili, compresi quelli che si erano rifiutati di firmare la dichiarazione. Il cambio di status riguard solo i sottufficiali e i soldati." 

A riprova della volont non collaborativa degli internati militari in procinto di diventare lavoratori civili, si riporta un brano tratto da "Il Quaderno Nero" di Giovannini, che testimonia fra l'altro, la presenza di Attilio - il fratello di Cordelio - nel campo di Kolmar in una data successiva al 21 agosto 1944:  

"Ecco, in stralcio, il messaggio che fu inviato da Giovanni Giovannini al "capo militare degli italiani del Centro-Alsazia" a Colmar, il maresciallo dei carabinieri Attilio Storai di Monsummano (s, quello che aveva preso in consegna il Quaderno Nero), degnissima persona che qualche anno dopo sar ancora in servizio a Firenze:
...I prigionieri italiani hanno il pieno diritto e l'assoluto dovere di non fare il giuoco della propaganda tedesca che tende a farli apparire di nuovo agli occhi del mondo come fascisti e collaboratori dei nazisti. In particolare il militare italiano ha l'obbligo di non firmare nessun documento di qualsivoglia genere per non importa quale impegno. Coloro che verranno meno, ne saranno responsabili e saranno denunciati al momento dell'armistizio tedesco. Provveda a dare la massima pubblicit a questa, e si abbia, con tutti gli amici di cost, il saluto pi affettuoso. Viva l'Italia."2

Inizio documento:
StalagM.-Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, 14.9.1944. 
(Foglietto strappato in due).
(testo in tedesco e sottostante traduzione iin italiano) 
"conferma che l'internato militare italiano Storai Cordelio matricola 82471 per ordine del Comando Supremo n. 05777/44 dal 12.8.1944 fu trasformato da internato a lavoratore civile.".
Fine documento.

"Per ordine del Comando Supremo" non per dichiarazione volontaria o volontaria adesione; "fu trasformato", non accett. Fa una certa differenza. Gli ufficiali - tranne poche eccezioni - non furono avviati al lavoro coatto; quasi tutti rifiutarono ogni forma di collaborazione e considerarono con una certa superiorit i subordinati che dovettero piegarsi - seppur a tortocollo - a lavorare per il Reich. Alessandro Natta scrisse: "Il lavoro e lo sport non furono per noi mutati in strumenti di tortura e di morte.
Rifiutammo di lavorare e non ci uccisero. Ci promossero solo da internati a prigionieri politici."3 

Certo, questo pu essere valso per gli ufficiali consapevoli. I soldati ed i graduati di truppa, abituati a prendere ordini, sia nella vita militare, sia, quasi sempre, anche nella vita civile, come avrebbero potuto sviluppare una coscienza collettiva autonoma e insubordinata? Cosa c'era di pi naturale del paradigma di una vita: "se vuoi mangiare, devi lavorare"? Avrebbero potuto realmente rifiutarsi in massa di fornire forza lavoro al Reich? Forse qualche soldato che avesse conosciuto e abbracciato gli ideali socialisti o i giovani fermenti comunisti, non certo i monarchici, non certo i Reali Carabinieri. 
Nell' ottobre del 1944 lo Stammlager VIJ Fichtenhain bei Krefeld, venne chiuso e concluse la sua non lunga ma pur sempre ignobile esistenza. Non c' certezza sulle cause della chiusura del lager: forse bombardato, forse evacuato per l'approssimarsi delle armate americane, forse perch svuotato dei prigionieri, o meglio, dei "lavoratori civili" italiani, volontari o coatti che fossero, smistati altrove a causa del bisogno ormai disperato di mano dopera da parte del sistema produttivo del Reich. 
  Per certo Cordelio venne trasferito nel campo di lavoro che serviva le industrie "Indra", situate nel quartiere Hochfeld di Duisburg. Non era un buon posto.
Il lento corso del Reno era come un raggio vettore per le Fortezze volanti Alleate: ai piloti bastava risalirne le sinuose spire per arrivare a Duisburg ed avere la certezza di far male col proprio carico di bombe. Se poi fossero riusciti ad individuare la confluenza fra la Ruhr e il Reno - nonostante il buio e la sempre pi fioca contraerea  le probabilit di fare molto male si sarebbero trasformate in certezza.
Cos, tra il 14 e il 15 di ottobre, Duisburg, come molte altre citt tedesche, sub gli effetti dell'"Hurricane Operation", una serie di devastanti e ripetute ondate di incursioni aeree alleate. La citt fu martoriata da novemila tonnellate di bombe, che provocarono tremila morti, il 60% delle vittime contate in tutto il conflitto.
Si pu quindi immaginare con che cuoricino Cordelio scrisse le seguenti cartoline:

Inizio lettera:
Gemaisschaftslager "Indra" Duisburg Hochfeld, 27.11.1944. 
Demande de la Croix Rouge Italienne au Comit International de la Croix-Rouge, Genve, Suisse. 
Richiedente Storai Cordelio.
Testo da trasmettere: (Non pi di 25 parole  solo notizie familiari)
"Rita cara, tua ultima datata 3-5-944. Sto bene, sono con te e con i bimbi col pensiero e col cuore sempre. Cordelio."
Fine lettera.

Inizio lettera:
Gemaisschaftslager "Indra" Duisburg Hochfeld, 28.11.1944. 
Demande de la Croix Rouge Italienne au Comit International de la Croix-Rouge, Genve, Suisse. 
Richiedente Storai Cordelio.
Testo da trasmettere: (Non pi di 25 parole  solo notizie familiari)
"Rita cara, ti ho inviato altro messaggio, vivo in tormentosa attesa tue nuove. Vi abbia la Provvidenza salvati. Ti abbraccio unitamente ai bimbi. Tuo Cordelio."
Fine lettera.

Inizio lettera:
Gemaisschaftslager "Indra" Duisburg Hochfeld, 15.1.1945. 
Demande de la Croix Rouge Italienne au Comit International de la Croix-Rouge, Genve, Suisse. 
Richiedente Storai Cordelio.
Testo da trasmettere: (Non pi di 25 parole  solo notizie familiari)
"Rita cara, otto mesi privo tue nuove. Brutti pensieri straziano la mia esistenza ogni momento cuore e pensiero con te e bimbi. Vi abbraccio tutti. Aff.mo Cordelio."
Fine lettera.

"...otto mesi privo tue nuove". Roba da impazzire. Diodiuncristodio! Come fare a sapere? Come fare a far sapere, nonostante l'egida della Croce Rossa. Ma molto era cambiato e molto stava cambiando circa il tragitto e la destinazione della corrispondenza: Rita era sfollata a Chiesina, forse era appena tornata a Monsummano, Cordelio non era pi a Krefeld, il campo non esisteva pi. Ma pi che altro, nell'universomondo ora c'erano due linee di fronte fra la Germania e le due Italie, quella repubblichina e quella badogliana; le macchine burocratiche del Reich e di Sal avevano ben altro a cui pensare rispetto alla consegna della corrispondenza da e per i "lavoratori civili" italiani. Brutti pensieri? Ogni giorno senza notizie era come una fiera che addentasse le viscere e che ad ogni tramonto desse uno strattone con le fauci serrate. Ci fu rammarico per non aver accettato il rientro in Italia proposto dai repubblichini? Cordelio non ne parl mai, per cui  meglio lasciarlo fra i "brutti pensieri" pi nascosti e inconfessabili. Si poteva solo tirare avanti, convincersi che ai propri cari non fosse successo nulla, che la guerra stesse finendo e che tutto sarebbe tornato come prima.
In fondo fu quasi un bene questo blackout. Come avrebbero potuto spiegarsi o nascondersi l'un l'altra il massacro del Padule, il cannoneggiamento di Monsummano, la distruzione di Duisburg e le cento altre volte in cui la morte aveva sfiorato l'uno o l'altra?
Bisognava solo resistere, non crollare. Un esempio di determinazione  data dalla cartolina di Attilio a sua moglie Lina - la sorella di Rita - datata 10 dicembre:

Inizio lettera:
Kamenz (Sachs)Italienerlager BreiteStrabo, 10.12.1944.
Demande de la Croix Rouge Italienne au Comit International de la Croix-Rouge, Genve, Suisse. 
Richiedente Storai Attilio.
Testo da trasmettere: (Non pi di 25 parole  solo notizie familiari)
"Godo buona salute. Pensami continuamente. E' con animo triste che attendo vostre notizie dopo occupazione. Iddio vi abbia preservati!! Attendi fiduciosa: torner!!! Baci abbracci- Attilio."
Fine lettera.

"La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Smogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ch la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era pi alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.
Ci pareva, e cos era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da piet, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo."4

Cos Primo Levi descrisse l'arrivo dei primi soldati russi alle porte di Auschwitz, epitoma di tutte le liberazioni, paradigma di ogni imbarazzo impotente davanti alla vergogna irrimediabile. La condizione dei prigionieri ebrei era ben diversa da quella dei pur disgraziati prigionieri italiani. Ma ha qui senso stilare la classifica della sofferenza, dell'umiliazione, dell'abiezione, del sopruso? Evocare Auschwitz vuol dire evocare il male assoluto, quello in grado di concepire leugenetica, la soluzione finale, le stragi di rappresaglia. La liberazione di Auschwitz rappresenta l'immane difficolt incontrata dalla luce a farsi strada nelle profondissime tenebre che ammantavano il mondo.

Inizio lettera:
Gemaisschaftslager "Indra" Duisburg Hochfeld, 6.2.1945. 
Demande de la Croix Rouge Italienne au Comit International de la Croix-Rouge, Genve, Suisse. 
Richiedente Storai Cordelio.
Testo da trasmettere: (Non pi di 25 parole  solo notizie familiari)
"Rita cara, nulla pi so di voi dal 30 giugno. Cosa sar accaduto a te e ai bimbi? Preoccupazioni-pensieri dominano mia esistenza. Abbraccio unitamente ai piccoli. Aff.mo Cordelio."
Fine lettera.

Oltre la rassegnazione. Che altro aggiungere?
Nei lager, tuttavia, il fragile equilibrio subiva imprevedibili e pericolosi scossoni: 

"21-3-45
Oggi sono arrivati nel Lager altri 3 Italiani provenienti da Duisburg... dicono fra l'altro che dietro ai Tedeschi in ritirata non rimane essere vivente, tutti devono ritirarsi, chi non si ritira gli sparano... Oggi sulla strada di Lichtenau ho incontrato la Ronda per fortuna non mi ha fermato altrimenti mi portava in prigione, perch non avevo nessuno documento."5

Passarono altri venti giorni. La primavera sbocci anche nelle sconvolte lande germaniche, lungo le basse sponde del Reno, nellargentino ruscellare delle acque mentre lambivano le macerie dei ponti crollati e le fronde verdi dei salici chine sul lungofiume. In alto, contro l'ovatta delle nubi, brandelli d'azzurro, il volo dei corvi e i profili diroccati di fabbriche e di ciminiere abbattute. C'era un'aria strana nei campi e nelle fabbriche: euforia, paura, disorientamento. Poi, un mattino, le guardie sparirono: nessun tedesco armato, da nessuna parte. Da occidente, da settentrione, motori in rapido avvicinamento, camion verde scuro e cingolati con la stella bianca a cinque punte: erano i mezzi del XVIII corpo aviotrasportato della I Armata USA. I blindati avanzavano cauti, con le torrette chiuse e i pezzi in posizione di tiro. Sfilarono lungo i reticolati e li abbatterono, entrando nel campo.
I portelli si aprirono alla vista degli uomini emaciati che prima si affacciarono incerti dalle baracche e che poi si adunarono smarriti sullo spiazzo del lager. Qualche scambio di battute, qualche sorriso di denti bianchissimi da parte dei carristi e dei par appollaiati sui carri. 
"Ehi guys!", "Pais!", "Italia, Italia!". Salutavano gli ex prigionieri, afferrando cioccolata, sigarette, gallette e scatolette di carne lanciate loro dagli americani. Fra di loro c'erano dei Costello, dei Barone, dei Fonda, dei Martini, avevano nonni se non genitori italiani.
C'era anche un medico militare, con i capelli bianchi e gli occhialetti dorati, che con espressione bonaria passava da un liberato all'altro, mettendo la propria mano ben curata sulle mani scarne, frenetiche che portavano alla bocca tutto quel bendiddio. Scuoteva la testa sorridendo "Slow... piano... fa male!". Era il 17 aprile 1945.  
Il 7 maggio 1945 veniva annunciata la resa incondizionata della Germania, con cessazione delle ostilit dalle 21,30 del giorno successivo.  

ATTO DI RESA MILITARE DELLA GERMANIA 
BERLINO, 8 MAGGIO 1945 

  1. Noi sottoscritti, quali esponenti della Suprema Autorit dell'Alto Comando 
  Tedesco, dichiariamo al Comandante Supremo delle Forze Alleate e 
  contemporaneamente al Comando Supremo dell'Armata Rossa, la resa 
  incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a 
  questa data sono sotto il controllo tedesco.
  2. L'Alto Comando Tedesco emetter immediatamente l'ordine di cessare ogni 
  operazione di guerra a tutte le autorit militari tedesche di terra, di mare e 
  dell'aria e a tutte le forze sotto controllo tedesco a partire dalle 21:30 
  dell'8 Maggio 1945, di rimanere nelle posizioni occupate in quel momento e di 
  deporre le armi arrendendosi ai Comandanti e Ufficiali nominati dal Comando 
  Supremo Alleato. Nessuna nave dovr essere deliberatamente affondata o 
  danneggiata e nessun aereo dovr essere distrutto o danneggiato.
  3. L'Alto Comando Tedesco ordiner immediatamente ai propri Comandanti di 
  assicurare obbedienza a qualsiasi ulteriore ordine impartito dal Comando 
  Supremo Alleato e dal Comando Supremo dell'Armata Rossa.
  4. Questo atto di resa militare sar sostituito successivamente da un 
  documento generale di resa imposta dalle Nazioni Unite, che riguarder non 
  solo le forze militari tedesche, ma la Germania nel suo complesso.
  5. Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco o altre forze militari poste sotto 
  il suo controllo non agiscano in conformit a quanto previsto da questo Atto 
  di Resa, il Comando Supremo Alleato e il Comando Supremo dell'Armata Rossa 
  adotteranno nei loro confronti i provvedimenti che riterranno pi appropriati.
  6. Questo Atto  redatto in lingua inglese, russa e tedesca. Le versioni in 
  inglese e russo sono gli unici testi autentici.
  Firmato a Berlino l'8 Maggio 1945
  Per conto dell'Alto Comando Tedesco:
  VON FRIEDEBURG
  KEITEL
  STUMPF

  ALLA PRESENZA DI:
  Per conto del Comando Supremo Alleato
  A. W. TEDDER 
  Per conto del Comando Supremo dell'Armata Rossa
  G. ZHUKOV
  Alla firma sono presenti come testimoni:
  Il Comandante Generale in Capo dell'Esercito Francese
  F. DE LATTRE-TASSlGNY 
  Il Comandante Generale delle Forze Aeree Strategiche degli Stati Uniti
  CARL SPAATZ.6 


Note:

1. Avagliano M., Palmieri M., op. cit.
2. Giovannini G., op. cit.
3. Natta A., L'altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania. Einaudi, Torino, 1997.
4. Levi P., La tregua. Einaudi, Torino, 2005.
5. Michelini P. (a cura di), Diario Della Prigionia (1943-1945) di Ivo Michelini da Collodi. Istituto Storico della Resistenza e della Societ Contemporanea di Livorno, 2014.
6. Bevans C.I. (a cura di), Treaties and Other International Agreements of the United States of America 1776-1949. Volume 3 Multilateral 1931-1945, Department of State Publication 8484, Washington D.C.: Government Printing Office, 1969.  1996 The Avalon Project. Traduzione dallinglese di Ugo Persiani.

10. 414 DP Assembly Centre Haldern

Dopo la liberazione Cordelio venne destinato al campo di smistamento di Haldern.  I luoghi di raccolta erano denominati precisamente "DP Displaced Persons Assembly Centre" (Centro di raccolta profughi)1 e Haldern era uno di questi. Si tratta di una cittadina di origine medievale, tra il Reno e il confine con i Paesi Bassi, 60 Km a nordovest di Duisburg. Con ogni probabilit, le sue vecchie case divennero la sede del campo, in un settore della Germania sotto il controllo inglese. Perch Cordelio, liberato dagli americani venisse poi affidato alle non troppo amorevoli cure degli inglesi, non  dato di sapere. Per certo il 414 DPAC Haldern ospitava anche prigionieri polacchi ed ebbe una vita piuttosto breve, dal momento che risult gi dismesso nel settembre 1945. 
Essere "ospiti" degli americani era una cosa:

"Sono trascorsi gi tre mesi dalla nostra liberazione e ancora non si parla di rimpatrio. I prigionieri alleati sono tutti partiti e siamo rimasti qui solo noi italiani. Gli americani ci trattano bene e passiamo giorni sereni in pieno clima di libert e spensieratezza. Adesso alloggiamo in nuovi campi appositamente preparati per noi, igienici, confortevoli e dotati di lettini lindi e comodi. Il pasto giornaliero  abbondante e condito; ogni mattina abbiamo latte e caff a sufficienza e possiamo contare anche su una buona scorta di biscotti e sigarette. Con i soldati della divisione che ci ha liberati, siamo assai affiatati, anche perch la maggior parte di essi parla i nostri dialetti, essendo figli o discendenti di emigranti italiani. Fra i prigionieri sono stati scelti e selezionati dilettanti musicisti, cantanti, atleti e si organizzano festini, recite e gare sportive. Bella e assai suggestiva la recita di alcuni giorni fa, tutta improntata a Napoli: sono state recitate farse e sceneggiate canzoni tra le pi belle; abbiamo cos vissuto un po' di vita italiana e assaporato un po' del nostro folclore; la sala allestita per l'occasione era tutta gremita di ufficiali e soldati americani e prigionieri italiani. Ogni sera, al suono di un'orchestrina tedesca, si balla in una saletta del campo tutta addobbata ed  abbastanza nutrita la presenza delle ragazze e dei ragazzi del luogo. I rapporti con i cittadini tedeschi sono pi che cordiali: dopo tanti anni di terrore e di oppressione, la gente qui ha voglia di comunicare, di divertirsi, di vivere la propria vita come meglio le aggrada. Insomma stiamo proprio bene; solo abbiamo tanta nostalgia della Patria e non vediamo l'ora di tornare in Italia."2 

"Quasi tutti gli internati italiani sono stati trattenuti a lungo dopo la fine del conflitto. Possiamo immaginare che ci fossero problemi organizzativi e gravi difficolt nei mezzi di trasporto, in gran parte distrutti nei bombardamenti."3

...essere "ospiti" degli inglesi era tutt'altra faccenda.
In tutta onest, si poteva davvero dar loro torto? Avevamo combattuto contro di loro in Nord Africa e nel Mediterraneo; molti di quei soldati potevano aver perso qualcuno di caro a causa dei bombardamenti della Luthwaffe e delle V1 e V2, lanciate da coloro che fino all'8 settembre del '43 erano stati nostri alleati. S, forse gli ex prigionieri italiani non suscitavano proprio simpatia agli inglesi. 
Fu un periodo piuttosto fumoso della vicenda umana di Cordelio: non se ne sa molto e lui non fu mai prodigo di dettagli in merito nei suoi racconti. Urgenza di buttarsi tutto alle spalle? incredulit e imbarazzo per essere nel novero dei sopravvissuti? Discrasia fra la nuova, ignota realt del mondo e la vecchia realt ormai dissolta? Difficolt nel riallineare e rendere coerenti i due piani di consapevolezza?
Aggrapparsi con tutte le proprie forze alle speranze, travestendole da convinzioni, non cera altro da fare:

Inizio documento:
414 DP Assembly Centre, Haldern, 17.6.1945. 
(foglietto a quadretti di Cordelio).
"sto bene. Cuore e pensieri con te e bimbi sempre. Presto sar tra voi. Vi abbraccio. Cordelio"
Fine documento.

Inizio documento:
414 DP Assembly Centre, Haldern, 20.6.1945. 
(foglietto da Cordelio per Rita)	. 
"In attesa di essere rimpatriato ti invio a te e ai bimbi tutto il mio affetto. Cordelio."
Fine documento.

Il 20 luglio venne indirizzata a Rita la seguente lettera:  
Inizio lettera:
Croce Rossa Italiana, Ufficio Prigionieri, Ricerche e Servizi Connessi, Via Puglie 6 Roma, 20.7.1945.
Comitato Provincia di Pistoia
Ufficio Notizie CRI Montecatini Terme
Signora Cecchi Rita,
Monsummano (Pistoia)
siamo lieti di poterle comunicare che: il Mar. Storai Cordelio di Giuseppe  stato liberato dalle truppe alleate e si trova attualmente raccolto nel campo di Haldern (Westfalia) in attesa di rimpatrio. Egli sta benissimo,  cordialmente assistito e manda infiniti saluti a tutta la famiglia. Trasmetteremo con ogni sollecitudine le informazioni che ci potranno ulteriormente pervenire. 
Auguriamo al militare e a lei ogni bene e porgiamo i sensi della nostra considerazione.
Fine lettera.

Se non fosse gioia, sarebbe burla.
Se non fosse libert, sarebbe ridicolo.
Se non fosse ritorno, sarebbe farsa.
Come le lettere recapitate a Rita terribilmente dopo, le cui buste riportano impresse le date del 22 agosto e del 30 ottobre 1945. Forse erano le buste delle lettere da Hochfeld, quelle in cui Cordelio riversava tutta l'angoscia di otto mesi e pi senza nuove dalla famiglia in Italia o forse erano le buste dei fogli a quadretti di Haldern.  
Ma si pu comunque immaginare che la comunicazione della Croce Rossa Italiana, al di l della prosa burocratica e grottescamente rassicurante, venne bagnata di lacrime e stretta al petto come un figlio caro.
Sale di mare di gioia, ben diverso dal sale incandescente e amaro seccato sugli annunci delle vite perse senza un ritorno o sulla piastrina dellultimo soldato ucciso, nell'ultimo giorno, nell'ultima ora di guerra, la morte forse pi assurda e pi crudele.
Il giorno successivo alla certezza per Rita di riabbracciare il marito, il presidente Truman firmava l'assenso all'uso della bomba atomica contro il Giappone. Perch la vita  una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla. 
 

Note:

1. Tufariello R., I nostri in guerra. ebook Amazon Media, 2014. 
2. Petraglia G., op. cit. 
3. Tufariello R., op. cit.



11. Ritorno.

Anche sul ritorno a casa di Cordelio non esistono ricordi precisi e condivisi. Probabilmente un treno, uno dei tanti, ma niente di pi. Non resta che attingere alle memorie degli altri - perch no?  quelle dei due prigionieri internati anchessi a Krefeld, le cui pagine dei ispettivi diari hanno accompagnato e integrato le presenti:

"30 agosto 1945. Finalmente  arrivato anche per noi il giorno del rimpatrio! Sono le prime ore del mattino e sul piazzale del campo vediamo approntati i camion che ci dovranno condurre alla stazione di Dussendorlf. Poche decine di minuti sono sufficienti per prepararci e si parte, non senza aver prima rivolto un pensiero e mandato un ultimo mesto saluto alle decine di migliaia dei nostri fratelli caduti in questa terra e che non rivedranno pi l'Italia. La stazione ferroviaria  raggiunta dopo circa due ore e l troviamo pronta una tradotta, sulla quale prendiamo posto. Il treno comincia a muoversi lentamente, puntando a Sud; il viaggio non  dei pi piacevoli, anche se siamo confortati da una bellissima giornata. La linea ferroviaria non si presenta stabile in pi punti e la tradotta  costretta a procedere tra fermate e riprese, ora pi veloce, ora pi lenta, fin quasi a fermarsi. Passano cos le prime ore di viaggio; nel pomeriggio arriviamo nei pressi di una zona tanto devastata, da sembrare un cimitero:  irriconoscibile per i disastri e le rovine subiti;  stato tutto cancellato e i segni della guerra sono evidenti qui, pi che altrove. Il viadotto della ferrovia che prima vi esisteva, ora non c' pi e le rotaie sono sospese nel vuoto e si reggono per mezzo delle estremit appoggiate ai tronconi del ponte. Il treno per poter continuare il viaggio, deve per forza passare di qui, non essendovi altre linee efficienti. La tradotta s'immette sul binario con estrema cautela: deve andare avanti a passettini, come suol dirsi, intervallati da piccole fermate. Guardando il baratro che si apre sotto di noi, ci vengono i brividi: una mossa sbagliata del manovratore e addio tutto! Sarebbe mostruoso - mi dice un compagno seduto vicino a me - perire proprio ora, dopo che abbiamo fatto tanto per portare le ossa a casa! Tiriamo un sospiro di sollievo solo dopo che l'ultima carrozza del treno ha superato il lungo e pericoloso tratto.
Siamo sempre in viaggio alla volta dell'Italia e il treno, che ci porta in Patria, cammina ora pi speditamente. Il confine tedesco  stato varcato e anche buona parte dell'Austria  stata attraversata. Ci avviciniamo sempre di pi al confine italiano: stiamo, infatti costeggiando il dirupo che sovrasta la valle dell' Inn e dal treno possiamo ammirare il bel fiume sinuoso le cui acque gorgogliano nel greto bianco. Innsbruck, la pittoresca capitale del Tirolo,  presto raggiunta: pochi minuti di fermata e si parte. E' quasi mezzanotte quando arriviamo al passo del Brennero: qui sostiamo per circa un'ora; ci distribuiscono un po' di viveri, ci danno istruzioni per il proseguimento del viaggio e si riparte con un treno italiano. Il nostro cuore sussulta nel rivedere le contrade a noi tanto care e familiari, le nostre belle valli. A mano a mano che si scende, riceviamo il commosso, sincero ed affettuoso saluto della nostra gente: vecchi, donne, bambini, agitano le mani al nostro passaggio. Si ritorna in Patria, nell' Italia nuova, col cuore pieno di speranza e per un domani migliore, libero, pacifico. Verso sera giungiamo a Pescantina in provincia di Verona:  il cinque settembre 1945. Qui bisogna fermarsi per qualche giorno, per riprendere poi il viaggio. A Pescantina, infatti, vengono fermate tutte le tradotte, che portano i prigionieri in Patria, per essere poi dirottate nelle varie zone d' Italia, affinch ognuno possa raggiungere la propria residenza."1 

"   Dopo sei giorni, passati tra leuforia del rientro e il rammarico del distacco, fummo ben riforniti di cioccolata e altre cose del genere, caricati sui camion e condotti alla stazione di Dusseldorf.
   Il treno ci port fino in Austria, ad Innsbruck, dove fummo fatti scendere. Ci riunirono in una sala daspetto riservata a quello scopo e isolata dal resto della stazione e ci fu chiesto dal personale della Croce Rossa di spogliarci. Ci cosparsero di polverine antiparassitarie, mentre i nostri abiti venivano sottoposti ad un forte calore per disinfettarli in un apposito forno.
   Parecchi di noi riebbero i propri abiti ben tostati. Ci rivestimmo ridacchiando delle imprecazioni di quelli che avevano avuto indietro i vestiti pi bruciacchiati degli altri. Io 
  smisi di ridere quando provai a stringere la cintura che si era raggrinzita e questa mi si sbriciol in mano come vetro.
   Ripartimmo e, giunti a Bolzano, sostammo per la notte. Lindomani il treno arriv a Verona.
   Era lundici Settembre del 1945."2

Oppure abbandonarci all'immaginazione, con la consapevolezza che si tratta di pura suggestione:

"Ammazzava il tempo. Uccideva ore, minuti innocenti. Non aveva fatto altro da quando si era arrampicato su quel treno infinito, pieno di odori forti e voci stranite come un carnevale novembrino.
Durante gli eterni mesi di prigionia, era rimasto sempre aggrappato alla speranza del ritorno, di un qualsiasi ritorno, nonostante i giorni di massacrante lavoro nel Lager e le notti insonni di pura sofferenza. 
Poi la follia era finita, era stata sconfitta, e il ritorno era diventato realt, la realt era diventata il ritorno.
Il chiarore lattiginoso, presagio di un giorno ancora straniero, lo incalzava nella sferragliante corsa verso sud, attraverso boschi silenti e valli deserte. Ad ogni scossone, la vaporiera gli riempiva i polmoni del suo acre respiro, tra il pesante russare del vicino e gli scoppi dinsensata allegria, a tratti, nelle remote oscurit dei vagoni.
Sorrisi, sapori e suoni, a volte solo accennati, a volte incisi cos a fondo da fare male, lo avevano accompagnato fin l, con la smania ed il timore per la fine del viaggio, senza sapere quale bacio sarebbe stato il primo, quali parole avrebbero spiegatoSapeva solo che i buoni ricordi lo avevano aiutato a far strage di quel suo tempo inutile, da soldato sconfitto. 
Limprovviso fischio del treno lo riscosse. Guard fuori. Ormai il rosazzurro del cielo aveva scacciato le ombre dai monti, rivelando, alto su una pertica, il verdebiancorosso di una bandiera.  
Nellansa della curva, stridendo di freni e scintille, il convoglio rallent fino a fermarsi. Il tricolore fremeva con le sue ali di tela, promessa di libert e remissione per tutti loro, uomini persi, forse ritrovati. 
Ingoll a forza. Goccioloni salati ruppero gli argini degli occhi, colando gi e perdendosi nelle ispide guance incavate. 
Veriddo, giur, amore o dovere non sarebbero riusciti ad imporgli altri viaggi. Ce ne sarebbe stato solo un altro, lultimo, senza alcuna speranza di ritorno e con tanto, troppo tempo da uccidere."3 

Paradossalmente non fu - non  - un processo facile tornare padroni di se stessi, delle proprie azioni e del proprio tempo, dopo un periodo cos lungo di prigionia e di costrizione, n su un piano soggettivo... 

"Avevamo letteralmente dimenticato la gioia e dovevamo prima riimpararla.
La psicologia chiama evidente spersonalizzazione ci che gli 
internati sperimentano, una volta rimessi in libert. Tutto pare 
irreale, inverosimile, tutto pare un solo sogno. Non ci si pu ancora 
credere. Spesso, troppo spesso, il sogno s' preso gioco di noi, in 
questi ultimi anni. 
Molti e diversi fenomeni della vita pubblica nell'ambito della societ alla quale l'ex internato ritorna, suscitano in lui amarezza. Quando un uomo torna a casa, dopo avere tanto sofferto, e deve costatare che la gente gli concede solo 
una scrollata di spalle o luoghi comuni, spesso l'amarezza lo 
sommerge. Egli si domanda allora a che scopo ha sopportato tanto."4 

"Dopo la liberazione abbiamo avuto modo di misurare la nostra condizione sul metro di Mauthausen e di Belsen. Sappiamo dunque quale fu il nostro posto nel sistema del lager. Ma nel corso della vicenda, poich i campi erano mondi senza finestre, dalla persuasione di essere giunti all'estremo del sacrificio scatur per ognuno un odio estremo."5

... n su un piano sociale:

"Oltre che ignorati, gli Imi sono anche scomodi, per un motivo o per un altro, invisi a tutte le componenti politiche, culturali e istituzionali del nuovo arco costituzionale: le forze della Resistenza non vogliono condividere con loro il monopolio della memoria che stanno instaurando intorno alla Liberazione, la cultura politica di sinistra vede in loro una parte consistente dell'esercito che ha condotto la guerra d'aggressione fascista prima dell'8 settembre, l'area pi conservatrice li considera invece la prova vivente della disastrosa gestione dell'armistizio di cui i propri esponenti sono responsabili, mentre per le forze di destra e le nuove gerarchie militari essi incarnano un passato fallimentare da dimenticare a tutti i costi. Di fronte a tutto questo, molti ex internati - i delusi, come li definisce Giovannino Guareschi, - scelgono la strada del silenzio, contribuendo cos in prima persona all'oblio della memoria sulle loro vicende. Per stanchezza, per delusione, per vergogna - come confermano le numerose testimonianze orali dei diretti interessati o dei loro familiari- decidono di non parlare pi della loro prigionia, di astenersi dal partecipare alle celebrazioni pubbliche della Liberazione e della Resistenza, di non raccontare pi la loro storia nemmeno tra le quattro mura di casa..."6

"Nell'ansia della purezza e della ritrosia molti commisero l'errore, altrettanto e forse pi grave di quello costituito dal rischio della rettorica dei sentimenti, di tacere, di non mettere in chiaro attraverso le nostre vicende le cause e le responsabilit della guerra, dell'armistizio, del crollo dell'esercito, di non insistere sul significato e sul valore antifascista, nazionale, democratico della prigionia dei soldati italiani in Germania.
Ci accorgiamo oggi, avvertendo pure le nostre responsabilit, che se in tanti avessimo parlato, e parlato a voce alta, forse nel nostro Paese non ci sarebbero stati la vergogna e il ridicolo che contraddistinsero molti aspetti del dopoguerra, come la persecuzione giudiziaria sotto il pretesto della continuit e della intangibilit dell'esercito, contro chi tent di denunciare gli errori, le debolezze, le indegnit dei singoli."7

Chiss come Cordelio affront queste riflessioni, comuni a tutti gli ex internati  consapevolmente o inconsciamente - e, soprattutto, chiss quali furono i suoi primi gesti, le sue prime parole, i suoi primi pensieri. Nulla se ne sa, e se anche ci rappresenta una grave lacuna emozionale per queste pagine, forse  giusto cos.
La cosa certa fu che il 6 settembre1945 Cordelio, rientrato dalla Germania, si present al Centro Raccolta Carabinieri di Firenze per riprendere grado e servizio. Si pu immaginare che in una realt del tutto diversa da quella lasciata, con la bussola del quotidiano sovvertita nei suoi punti cardinali, riacquisire subito il proprio posto, il proprio ruolo, in un certo senso in continuum con il passato, fu una gran bella fortuna.
Lasciando quindi la selva dell'immaginazione, non resta che inoltrarsi sull'arido sentiero matricolare.
    
"Concesso la Croce al Merito di Guerra dal Comando Generale dei Carabinieri Roma n. 9565 del 19.6.1948 Regio Decreto 14.12.1942 n. 1729 (una delle 1587 riconosciute agli effettivi dei CC)

Encomiato dal Comando della II Brigata dei Carabinieri di Firenze perch: "Comandante di Stazione, in occasione di tentato omicidio, che aveva particolarmente impressionato l'opinione pubblica perch perpetrato in persona di un sacerdote ed in giornata di elezioni amministrative, si prodigava con perizia, elevato spirito di sacrificio, ed alto senso del dovere, nelle indagini, che in brevissimo tempo portavano allo arresto dei due autori del delitto, stroncando ogni pericolosa speculazione e riscuotendo il vivo plauso delle Autorit, della Magistratura e della popolazione".
Reggello (FI) 10-15.6.1951 - Bollettino Ufficiale Carabinieri (anno 1951, Disp, nona, pag. 423).

Encomiato dal Comando della Legione dei Carabinieri di Firenze perch "Comandante di Stazione, coadiuv con zelo e perizia, il proprio Ufficiale diretto in difficili  e laboriose indagini in ordine a numerosi furti ad opera d'ignoti consumati nella giurisdizione in danno delle FF.SS, contribuendo in modo decisivo alla identificazione degli undici autori, alcuni dei quali risultano anche responsabili di associazione per delinquere e di cinque ricettatori, nonch di recupero di gran parte della refurtiva".
Figline Valdarno (FI) 3 novembre - 7 dicembre 1951 (Boll. Uff. Carabinieri anno 1952 Disposizione 3, pag. 123.).

Conferitogli la Croce al Merito di Guerra in virt del R.D. 14.12.1942 n. 1729 f.n. internamento in Germania.
Con determinazione del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri in data 28.7.1953 n. 0310 di concessione 2.

"Autorizzo a fregiarsi della medaglia d'argento al Merito di Lungo Comando di Reparto, istituita R.D. 10 ottobre 1935 n. 1939 (determinazione del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri n. 529 in data 4 agosto 1958)".

Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana D.P. 2.6.1958."8

A rendere vano lo scintillio delle decorazioni e dei riconoscimenti, riportando il dolore nel quotidiano di Cordelio, l'incontro di Rita con la propria Nera Signora. La stessa che diretta al Padule era passata oltre senza prestarle attenzione: Careggi come Samarra, il cancro ai polmoni come tristo mietitore. Era il 21 aprile 1953.
Ma questa  un'altra storia.

Note:

1. Petraglia A., op. cit.
2. Fisicaro G., op. cit.
3. Storai T., Il tempo ucciso. Il ritorno. In: Antologia del XXI Concorso nazionale di poesia e del I Concorso nazionale di narrativa breve, Reggio Emilia Stampa Copyservice, Castelnuovo di Sotto, 2012. (1 premio Concorso di narrativa breve) 
4. Frankl V.E., Uno psicologo nei lager. Ares, Milano, 20 ediz. 2009.
5. Natta A., op. cit.
6. Avagliano M., Palmieri M., op. cit.
7. Natta A., op. cit.
8. Dal foglio matricolare, pag. 15, 16 e 17 "Azioni di merito, decorazioni, encomi, ferite, lesioni, mutilazioni in guerra e in servizio".


12. Fine...

Assemblando questo testo mi sono reso conto di quanto friabile e meravigliosa sia la memoria, di quanto istintivo ed entusiasmante sia stato il mio frugare da archeologo dei ricordi e di quanto importante e lacunoso sia stato il mio ricostruire da architetto del possibile. Queste pagine rappresentano i cocci - pochi o tanti che siano  strappati alloblio. Prima che diventino polvere, li esibisco, raccontandoli e scrivendoli, perch come mi disse Yolande Mukagasana, attivista di pace e scrittrice rwandese, "Titian, tu doit continuer  crire parce que pour toi, crire ce n'est pas une choix..."1
Ma tutte le storie finiscono, per cui  giusto concludere anche questa.

Inizio documento:
Comando Generale dellArma dei Carabinieri
Roma, 27 febbraio 1965 

Maresciallo d'alloggio maggiore
Cav. Cordelio STORAI
legione Territoriale Carabinieri
Torino
Roma, 27 febbraio 1965.
Caro maresciallo,
per effetto dell'applicazione della legge sui limiti di et, ella si appresta a lasciare il servizio dopo lunga, appassionata attivit.
Nella circostanza desidero inviarle il mio cordiale saluto di commiato ed esprimerle la mia lode per l'attaccamento al dovere e per l'encomiabile spirito di sacrificio e di abnegazione da lei costantemente rivelati.
Testimoniano il suo passato - speso al servizio del Paese - la concessione di due croci al merito di guerra e di quattro encomi solenni, il riconoscimento di tre campagne di guerra e della medaglia militare d'argento al merito di lungo comando di reparto, nonch il conferimento dell'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Sia orgoglioso di avere sempre degnamente assolto il suo dovere per la Patria e per l'Arma ed accolga l'unita medaglia come ricordo del servizio prestato.
Sicuro che rimarr indissolubilmente legato alla nostra Istituzione, formulo i pi fervidi voti augurali perch l'avvenire non manchi di riservarle le migliori soddisfazioni.
Cordiali saluti.
Gen. De Lorenzo
Fine documento.

La recidiva di un carcinoma ridusse Cordelio - mio padre - a trentasette chili di dolore. Sicuramente lo ridusse peggio di quanto fosse riuscita a fare la prigionia nel campo di Krefeld o in quello di Hochfeld. Era talmente pelle e ossa che le infermiere, per rifare il letto lo prendevano in braccio. Quando distoglievo lo sguardo da quel pietoso e grottesco spettacolo, potevo immaginare il suo insensato e smisurato orgoglio - lo stesso orgoglio gettato sul viso agli emissari della "Repubblica Nera" - invocare con urla silenziose la fine di quell'abominio.   
La morte lo aveva accontentato.
"Non puoi interferire col Fato. Chi sei tu per decidere chi deve vivere e chi deve morire?" scriveva Terry Pratchett. Gi, chi ero io  chi sono io - per decidere?
 il Cavaliere dellOrdine al merito della Repubblica Italiana Cordelio Storai di fu Giuseppe (e Assunta Moncini) si spense tuttaltro che serenamente, in una cameretta dell'austero Ospedale dell'Ordine Mauriziano di Torino, in un assolato pomeriggio, il 27 luglio 1981.
Avevo conosciuto da poco le opere di Borges, per cui il sonetto intitolato "A mio padre"2 letto in quei giorni, non aveva lenito il dolore per la mia perdita. Ma a distanza di anni, di tanti anni, come il grande poeta argentino, pi orgoglioso dei libri che ho letto che dei libri che ho scritto, ricorro alla sua voce, incomparabilmente superiore alla mia, per commemorare mio padre.

Tu hai voluto morire lentamente,
la carne e la grande anima. Tu hai voluto
entrare nellaltra ombra senza il triste
gemito del pauroso o del dolente.
Ti abbiamo visto morire con il tranquillo
animo di tuo padre davanti alle pallottole.
La rossa guerra non ti diede le sue ali,
la lenta parca tagli a poco a poco il filo.
Ti abbiamo visto morire sorridente e cieco.
Nulla speravi di vedere dallaltra parte,
ma la tua ombra forse ha scorto
gli ultimi archetipi che il greco
sogn e che mi spiegavi. Nessuno sa
di quale mattino il marmo  la chiave.

Proprio in merito ai libri, ho un ultimo ricordo da condividere. 
Dopo il congedo, mio padre era stato assunto come impiegato nell'Amministrazione Provinciale di Torino. Fra le varie mansioni, ricopr a lungo anche il ruolo di responsabile della biblioteca del circolo ricreativo dei dipendenti. 
Non era un grande lettore, ma aveva una sottile sensibilit per i libri e, soprattutto, per i libri che avrebbero potuto piacermi. Cos, spesso tornava a casa con un volume per me, preso in prestito dalla biblioteca. Non sbagliava mai: "Il libro della jungla" di Kipling, "Il Giornalino di Giamburrasca" di Vamba, "Oceano" di Folco Quilici, "La collina dei conigli" di Richard Adams... letture indimenticabili, nel vero senso della parola, tanto  vero che me ne ricordo ancora oggi. Una sera torn a casa con due libri. O meglio, con un libro in due volumi, dalla copertina bianca su cui spiccava un'immagine scarlatta a schizzo. Erano le "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana " dell'Einaudi.3.
Allora ero poco pi di un bambino, frequentavo forse le scuole medie, e avevo poche idee ben confuse sui torti e sulle ragioni storiche. Per cui faticavo parecchio a comprendere fino in fondo tutte quelle parole e a dare risposte ai perch: sui fumetti di guerra della collana "Super Eroica" era tutto molto pi lineare.
Leggere quelle lettere si dimostr - e si dimostra tuttora - l'impresa di lettura pi ardua nella mia vita di lettore ossessivo-compulsivo. E' pi forte di me, non c' nulla da fare: anche aprendo uno dei due volumetti a caso, dopo pochissime pagine, gli occhi mi si riempiono di lacrime e non riesco ad andare avanti.
E non c' politica, non c' senso civico. C' l'incommensurabile compassione per persone "reali" spente come spegnere la luce, premendo un interruttore. E a me fa un effetto cane.    
Una, in particolare, la ricordo quasi a memoria. E' di una giovane donna, Paola Garelli, nome di battaglia "Mirka", pettinatrice ventottenne fucilata a Savona senza processo il 1 novembre 1944 da miliziani fascisti. 
 
"Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io.
Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere n vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti protegger dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi
la tua infelice mamma"

La tua infelice mamma... una mamma, una staffetta partigiana che non aveva ucciso nessuno ma che veniva uccisa; una mamma privata dei beni pi unici e preziosi per un essere umano: la vita e la possibilit di veder crescere i figli; una mamma che se ne andava senza profferire una sola parola di odio o di auspicio di vendetta; una mamma che chiedeva perdono per la sofferenza e la vergogna che sarebbero ricadute, a causa della sua nobilissima scelta, sui cari che le sarebbero sopravvissuti in quellignobile mondo.
No, il suo sacrificio forse non rimise i peccati dell'umanit e un plotone d'esecuzione fascista fu ancor meno del sinedrio, ma a me queste poche righe sono sempre state sufficienti a svelare il giusto e lo sbagliato, il torto e la ragione.
Nell'era delle email, dei tweet, degli SMS, la cui trasmissione e la cui memoria si misurano in secondi e in byte, credo sia importante preservare le lettere di mio padre, internato militare italiano in Germania, le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e tutte le altre memorie e corrispondenze, la cui trasmissione ed i cui tempi si misuravano in mesi di speranza e di angoscia. 
Queste sono, dunque, le lettere dalla Germania: ingiallita velatura di una storia vascello da non dimenticare, da non mistificare, da non smarrire.
...
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...
Note:
1. Tiziano, tu devi continuare a scrivere, perch per te scrivere non  una scelta...".
2. Poesia tratta da: Borges G. L., Poesie. Rizzoli, Milano, 1980.
3. Malvezzi P., Pirelli G. (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945). 2 voll. Einaudi, Torino, 1966.
...
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...
FINE.
...
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...
Ringraziamenti.
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E' doveroso un sentito ringraziamento al Tenente Colonnello dell'Esercito Italiano Pasquale Celardo, a mio fratello il Maresciallo Maggiore dei Carabinieri in pensione Fabrizio Storai, al dott. Matteo Grasso, Direttore dell'Istituto storico della Resistenza e dell'et contemporanea in provincia di Pistoia, all'ex responsabile della Biblioteca Comunale di Borgo a Buggiano Omero Nardini ed a tutto il personale della biblioteca, alle signore Maria Teresa Provenzano e Graziella Busso, ai signori Silvano Parlanti, Guido Guidotti, Luigi Lenzi, Giusto Masiani, Antonio Galioto, allavvocato Rubina Tabani, al professor Giampiero Giampieri, al dott. Luca Zinzula e, come al solito, al mio insostituibile amico fraterno Lino Di Nuzzo, a mio figlio Francesco e a mia moglie Lia. 
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Bibliografia & Webgrafia.
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FINE.